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Autore: Enchalott    22/01/2023    3 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Mia
 
Azalee sbatté gli occhi, mettendo a fuoco l’ambiente. Era immerso in un’innaturale radiazione cremisi che non era né buio né luce, mancavano i rumori dell’esistente, l’unico suono percettibile rassomigliava allo scorrere cupo di un fiume in piena. Si levò sul materasso, stringendo le lenzuola di seta con timorosa curiosità.
«Sei sveglia finalmente.»
La voce le procurò un sussulto. Lui prese corpo accanto al letto e sedette, quasi sfiorandole il viso. La chioma sciolta sulle spalle era fuoco, gli abiti scarlatti lucide piume di fenice.
«Bel…»
«È Kalemi a mandarti da me?»
«Non sa che sono qui.»
Il dio della Battaglia inspirò, abbassando il braccio rimasto a mezz’aria. Lo sguardo diffidente sfumò in morbido rimprovero.
«Cosa credi di ottenere con un atto sconsiderato, Azalee? Se non ti avessi raccolta, vagheresti alla cieca nell’apeiron.»
«Contavo sulla tua protezione. Al contrario sarei morta in armonia con il tutto.»
«A tuo discapito. Ora conosci il mio rifugio, non ti lascerò andare.»
«Avresti potuto abbandonarmi laggiù, risparmiandoti seccature.»
«Avrei potuto.»
«So perché non l’hai fatto.»
«Ho seguito l’istinto, nient’altro.»
«Non mentirmi, Bel. Stai assoggettando il cosmo spinto dall’assurda convinzione di non meritarmi. Se io non esistessi, il tuo folle progetto perderebbe ragion d’essere. Lo stesso se tu accantonassi l’ostinazione e mi chiedessi in sposa: dimenticherei il pantheon, ti seguirei ovunque, in eterno. Attraversando il divenire ho rinunciato al mio status, ti prego, rinuncia alla tua follia.»
Per un istante le iridi bronzee di lui si imbevvero di tenero stupore, forse di una speranza nella quale non aveva mai confidato. Poi tornarono asettiche, distanti.
«Un tempo saresti stata la mia regina nell’equo universo scaturito dalla perissologia. Adesso non rincorro più un sogno infantile, voglio regnare per me stesso, vendicare ogni umiliazione subita e ripagare gli Immortali con la stessa moneta. L’antico amore è bruciato tra le fiamme della mia rinnovata potenza.»
Lei gli accarezzò la piuma arancio impressa tra le sopracciglia aggrottate.
«Quando le ceneri riprendono forma, ciò che nasce è più forte e duraturo.»
Belker si scostò brusco.
«Io non ti amo più, Azalee. Sei un insperato ostaggio, tuo fratello ci penserà due volte prima di scatenarmi contro i suoi mastini. Hai solo fatto il mio gioco.»
«Menti! Non ti credo!»
Lui si alzò di scatto e schioccò le dita. Kaena e Llamea giunsero dal nulla, si prostrarono ai suoi piedi, gli sguardi affamati e maligni. Afferrò la prima per la veste e le cacciò la lingua in bocca, mentre la seconda iniziò ad toccargli il petto con crescente sensualità. L’energia spirituale che lo ammantava incrementò, il cristallo della piramide acquisì corporeità, le energia divina traboccò in onde cremisi.
«Se vuoi unirti alla festa, sappi che le mie servitrici non provano gelosia» sogghignò sprezzante «Rammento che era piacevole unirmi a te.»
La dea della Pioggia si adombrò di palpabile dispiacere, ma ribatté con fermezza.
«Questo servirebbe a convincermi che non provi più nulla? Da quando hai bisogno di esibirti per rinforzare la tua parola, Belker?»
Il dio della Battaglia scostò incollerito le due donne. Lei non gli si rivolgeva mai per esteso, il diminutivo era suo appannaggio, esprimeva l’amore che gli aveva giurato. Ricordava bene il giorno in cui l’aveva pronunciato per la prima volta.
 
«Bel? Che sarebbe? Mi vezzeggi come un infante?»
«No. Per i Superiori sei Belker, guerra e dominio, i mortali ti invocano con quel nome mentre versano fiumi di sangue. Io non posso chiamarti così.»
«Perché mai?»
Lei gli aveva posato l’indice sulle labbra, trovandovi però divertimento e non sdegno.
«Perché sei colui che amo. Bel, solo questo.»
«Mh, non mi dispiace allora. Io come dovrei chiamarti?»
«Mio immenso amore.»
«Ah, troppo svenevole. Mia, forse. Ribadirò in tal modo che sei mia.»
Lei aveva riso cingendolo, il corpo nudo premuto contro il suo.
«È l’acronimo di mio immenso amore!»
La sua espressione sbigottita aveva provocato in lei ulteriore svago.
«Tsk, non ho fantasie di vittoria con te. Usi armi improprie, mi lamenterò con il sommo Almaktti.»
«Credi che mio padre ti fornirà uno scudo?»
«Una spalla su cui piangere.»
«Che sciocco, Bel!»
 
Udire le ultime lettere del proprio nome gli assestò una pugnalata imprevista. Avvertì uno strappo nel nucleo interiore, lo spasimo che ne scaturì fu la sofferenza più grande mai provata dalla genesi. Quello gli stava sottraendo l’energia e il significato dell’esistenza: non il possedere doti altalenanti, non l’iniquo raffronto con i suoi pari.
Reagì con ferocia, attaccando per difendersi.
«Convincerti!? Equivarrebbe ad accorgermi che sei qui, non è mia premura! Questa è la tua prigione, non lasciarti fuorviare dalla mia cortese ospitalità! Sono venuto per tranciare di persona il vincolo condiviso in passato, non sono tanto vile da mandarlo a dire! La mia proposta di matrimonio è annullata! Quanto al mostrare, mi rivedrai assiso sul trono celeste e giuro che non dovrai attendere! Ora, se vuoi scusarmi, ho due femmine da saziare!»
Azalee scattò in piedi e lo affrontò. Il cuore pulsava dolore e panico, il respiro faticava a trovare l’uscita, barcollò ma non cadde. Lo schiaffeggiò in pieno viso.
Le epharat ringhiarono come belve, ponendo mano alle armi, ma lui le fermò.
«Continua ad amarmi, lasciati consumare dalla feroce consapevolezza che non sei ricambiata. Una fine ridicola, che non mi tange affatto.»
Strinse i pugni sotto le lunghe maniche nello scorgere le sue lacrime. Leggeva i suoi sentimenti nitidi, veri: mortificarla, spingerla a detestarlo, relegarla per sempre tra i ricordi bruciava come sale su una ferita.
Io sono Belker, distruzione e terrore!
«Non ti lascerò solo!»
«Come vedi, non lo sono.»
Si smaterializzò, abbandonandola nell’angoscia.
Si espanse in fiamme devastanti, ricusò Llamea e Kaena, ordinando loro di radunare le compagne e di consegnargli immediatamente altro ergon.
Si versò da bere, ma gettò il calice contro la parete trasparente quando il vino in gola gli sembrò aceto. Rovesciò le preziose stoviglie che imbandivano la tavola, attraversò la sala in preda all’impeto, gridò furibondo, poi sedette sullo scranno ricoperto di pellicce con la testa tra le mani.
Il dio della Battaglia non è in grado di sconfiggere se stesso? Per quanto onnipotente e temuto, trema davanti a sentimenti che non riesce a estinguere! Sporcarli di livore non è servito. Sfoderando il volto crudele, ho infierito su me stesso e non ho ostentato altro che codardia. Questo non sono io, non il Belker che trionfa in ogni contesa, non l’imperatore eccelso che arbitrerà il cosmo inficiando ogni altro dio.
Il pianto sommesso di Azalee era un coltello rovente nelle carni, sapere che le aveva fatto male era insopportabile. Il senso di vuoto lo ghermiva da dentro, nessuna gloria futura, nessuna focosa amante l’avrebbe mai colmato.
Sollevò il capo e si specchiò nel cristallo rossastro, che impietoso gli restituì l’immagine di un uomo distrutto.
Sarebbe questo l’Immortale che presiede alla guerra?
Emise il fiato e si abbandonò. L’essenza divina lo riportò di prepotenza al luogo dove la dea della Pioggia, inginocchiata al suolo, stava invocando la pace interiore. La raggiunse in uno scrollare di vampe indocili, affini al suo temperamento.
«Non è vero» scaraventò fuori «Non è vero che non ti amo.»
Lei sgranò gli occhi, un’altra lacrima le rigò la guancia. Il dio guerriero le rovinò accanto, stringendola tra le braccia, cercando le sue labbra.
«Sei mia, Mia, unico amore di Belker sin dalla scintilla primigenia.»
«Bel…»
«Sono pazzo di te. Ogni mia fibra sta urlando per averti.»
Azalee si allacciò a lui, affondando nel suo abbraccio.
«Sei sleale! Sei un maledetto… ah!»
Il pavimento sotto di loro s’intrise di luce bianca.
 
 
Shaeta accarezzò il collo robusto di Nusakan, sorridendo all’acciottolio gutturale, riscontro del suo gradimento.
«Possiamo riprovare oggi?»
Valka osservò critico la scena, le braccia incrociate sul petto. Due giovani guerriere imboccarono il viottolo fangoso dirette ai recinti e lo salutarono con un malizioso “kae reikan”. Lui ammiccò altrettanto sfacciato.
«Che c’è?» brontolò in risposta al sospiro del principe minkari.
«Niente. Attendo la tua opinione spassionata.»
Niente? Mh, mette su il broncio come le reclute impermalite. Non male.
Il demone si decise a staccare le terga dallo steccato, certo che nessuno li stesse sorvegliando.
Non ci tengo a intaccare la mia reputazione per l’eccessiva familiarità con un nemico.
Si approssimò al giovane vradak: appariva in forma smagliante, mangiava e si lasciava avvicinare senza aggredire nessuno, non c’era ragione per rimandare.
Merito di questo moccioso e della sua zucca dura.
Bardarono l’animale agganciandolo per precauzione alla transenna, ma questi non diede segni d’irrequietezza e non tentò di strappare i finimenti.
Quando Valka lo condusse sullo spiazzo adibito al decollo, fremette per spiccare il volo, le ali tese a saggiare le correnti, lo sguardo di granato puntato al cielo terso dell’Irravin.
«Che sia la volta buona?»
Il reikan spronò con cautela: al suo comando Nusakan si abbassò e saettò a balzi per lo spazio aperto, staccandosi armoniosamente dal suolo. Gli concesse un giro sperimentale a redini allentate, poi si apprestò alla virata, accompagnando l’ordine con il movimento delle ginocchia. Il vradak stridette, scrollandosi e scartando prima di riguadagnare l’assetto.
Valka imprecò al sobbalzo ma ripeté la manovra, riducendo anzi l’angolo di tenuta: il risultato fu lo stesso.
«Per l’Arco letale, non ti piacciono le deviazioni!?» sibilò irritato.
Pochi metri più in basso, Shaeta osservò la strana reazione del predatore: il movimento dell’ala sinistra era cambiato, aveva spostato in avanti le zampe, protendendo le unghie nel tentativo di lacerare la cinghia del sottopancia. Si schermò il volto con la mano e gridò al compagno di uscire dal controsole per ottenere una visuale migliore.
«Sta’ a vedere che mi tocca prendere ordini da uno shitai» brontolò quello spostando le redini «Chlan’ei
Nusakan si abbassò docile e compì un movimento ad arco senza inclinarsi. Valka aggrottò la fronte, lo costrinse a replicare il passaggio in modo corretto, gli strinse le gambe ai fianchi e gli accostò i talloni al ventre, premendo tuttavia con moderazione.
L’animale strillò infuriato e sbatté le ali, impennandosi in un disordinato fuori rotta. Mancò poco che disarcionasse il cavaliere.
«Anase! Gli dei ti fulminino! Chlakuri
Lo portò subito a terra e lo afferrò per le briglie, investendolo di improperi.
«Ti piace fare da bersaglio, stupido ammasso di penne!? Una curvatura come quella e gli arcieri minkari crederanno di avere una buona mira!»
«Non sgridarlo così, sospetto un problema pratico» intervenne il principe minkari.
«Ma non mi dire!»
«La sella lo infastidisce.»
«Sciocchezze! I guaritori lo hanno esaminato, non ha né ferite né piume incarnite! È un dannato testardo… o gli manca davvero qualche rotella!»
Shaeta ignorò il brontolio del suo tutore, allentando la cinghia. Il tono pacato e i buffetti affettuosi calmarono il vradak: non Valka, che grugnì un epiteto volgare alzando gli occhi al cielo.
«Altro che predatore da guerra, questo è un muusi camuffato!»
«Come faccio a sollevargli le ali?»
«Come per strigliarlo, le tiri su e basta. Tsk, sarà meglio bloccargli il becco per contrastarne la luna storta. Passami quel laccio.»
Il ragazzo lo sfiorò con delicatezza all’attaccatura dell’ala e al fianco, poi si spostò sull’altro lato e inarcò un sopracciglio. Tornò a sinistra e spinse, simulando i comandi di tallone. Nusakan trasalì e strattonò.
«Ha le scapole asimmetriche, quella sella non va affatto bene.»
«Cosa?»
«Osserva tu stesso, con il movimento il passante si incastra nell’articolazione e gli provoca dolore. Se studiassimo una bardatura adatta a lui…»
«Non scherziamo, un esemplare inidoneo non vola in battaglia. Appena le riporterai la questione, Dasmi lo farà abbattere. La giudicherà una fortuna insperata, Taygeta smetterebbe di attribuirle il fallimento di qualche mese fa.»
«Abbattere!? Perché!? Non è né deforme né dissennato!»
«Senti ragazzino, ingoia la tua scandalizzata compassione. Guardati intorno, siamo in guerra, non in un ospizio per animali inabili.»
«Quindi, se sei forte ma porti un numero di scarpe non comune, anziché passarti gli stivali della tua taglia i Khai ti ammazzano!?»
Il demone sgranò gli occhi, spiazzato dalla metafora incisiva.
«Ottima retorica, ma non contestualizzi. Un predatore da guerra ha un unico scopo, non viene spedito a Mardan per lavorare i campi! E chi si prenderebbe la briga di riadattare una sella? Nusakan risulterà un peso morto, uno spreco di cibo e risorse. Dispiace anche a me, ma devi rassegnarti.»
«Lo farò io! Pregherò Dasmi di regalarmelo!»
«Come no, ti ha messo in crisi con la questione di Kayran e pensi che, in cambio del favore che non intendi farle, si dimostrerà generosa e accomodante.»
«Allora non dirò nulla e mi ci dedicherò in segreto. Ti supplico, Valka!»
Il reikan gli rivolse uno sguardo severo: lo scrutò a lungo, trattenendo il vradak per la cavezza. Questi gli strofinò la fronte sulla spalla, beccandogli scherzoso la casacca.
«Sento che me ne pentirò» esalò tra le zanne.
«Grazie!» esclamò Shaeta saltandogli al collo «Ti sono debitore!»
«Poco ma sicuro! Guai se salti gli allenamenti o trascuri i tuoi compiti per stare dietro a questo derelitto. E ora staccati, prima che ti prenda a calci!»
 
Tornando verso l’accampamento organizzarono gli impegni e gli oneri giornalieri in funzione della nuova trovata del ragazzo.
«Mi dovrò alzare prima dell’alba» constatò sconsolato.
«Nessuno ti costringe. Inoltre di notte conservi tutte le energie, non lagnarti.»
Shaeta avvampò. Portava in spalla la pesante sella di cuoio ma camminava eretto senza mostrare fatica, la spada al fianco sinistro non lo sbilanciava e si era assuefatto ai ritmi richiesti. Un lavoro in più non lo avrebbe ucciso.
Alcune dorei minkari si scostarono cedendo loro il passo, poi mormorarono qualcosa sul principe ereditario, voltandosi un paio di volte. Il reikan soffocò una risata.
«E dire che le occasioni non mancherebbero. Hai notato come ti guardano?»
«Certo, questa divisa mi rende spregevole ai loro occhi. So perché Mahati ha voluto che la indossassi, non solo in vista di un’alleanza. Se potessero, persino i bambini della mia gente mi prenderebbero a sassate.»
«Piantala con l’autocommiserazione. Quelle non avevano l’aria di chi disdegna, che – per inciso – finisce per comprare. È un vostro proverbio, no?»
«Sì ma ci va poco a capire che sbirciavano te. Gli apprezzamenti che volano al tuo indirizzo farebbero arrossire una roccia.»
«Li conosco tutti, razza di esagerato. Hai almeno inteso cos’hanno detto?»
«No e ne faccio a meno.»
«Tsk! Hanno bisbigliato che ti strapperebbero di dosso l’uniforme.»
«E forse la pelle, come si usa con i traditori. Non le biasimo.»
«Per vedere cosa c’è sotto» proseguì impassibile il demone.
«Un modo per affermare che non sono un uomo e…»
«E che ti vorrebbero sentire tra le gambe.»
Shaeta spalancò gli occhi e si inchiodò sul sentiero.
«Sei un imbecille, Valka!»
«Può darsi, ma ci sento benissimo. Ti sei accorto che a furia di beccare pedate nel didietro hai incominciato a sembrare un maschio? Quanti anni hai adesso, sedici?»
«Manca qualche mese, che c’entra?!»
«Vuoi davvero che te lo spieghi?»
«Smettila di prendermi in giro! Dasmi continua a rinfacciarmi che sono patetico, gracile e maldestro!»
«Bravo, credile sulla parola, lei sì che è obiettiva e complimentosa! Giudicare un pesce dalla sua capacità di volare non è una prova di intelletto, dice così per farti sentire uno straccio e a quanto pare ci riesce! A paragone di un Khai sei acerbo, io alla tua età superavo già il metro e ottanta, portavo due spade e montavo le correnti come il dio del Vento. Però appartengo a una stirpe guerriera, tu no. A parte le smancerie di tua madre e gli insulti di Dasmi, hai mai ascoltato altri pareri?»
«Ecco, anche quando ero al tempio della celeste Azalee…»
«Eri truccato da femmina! Ti pare un modello calzante?»
Shaeta tacque, abbassò lo sguardo e appoggiò le bardature di Nusakan su un ceppo: l’azione, che un tempo gli avrebbe mozzato il fiato, non gli costò fatica e il pensiero delle successive tre ore di allenamento non lo turbò più di tanto.
Quando Valka gli appioppò una manata sulla spalla, la resse senza ondeggiare.
«Ti rammento che Dasmi ha selezionato te, non altri, per far imbestialire il fidanzato. È una dannata prepotente, non una stupida.»
«Ovvio, sono un Minkari, l’oltraggio sale di parecchio.»
«Concediamolo! Sai quanti ne abbiamo di ancora più scarsi e lacrimevoli?»
«Stai tentando di persuadermi di qualcosa, Valka?»
«No. Ti invito a vagliare l’opportunità di dimostrare con i fatti che non sei né pietoso né incapace.»
Shaeta allentò l’allaccio della casacca, che stringeva troppo sul torace, e sistemò il mantello senza che l’orlo strisciasse nella melma. Scosse il capo, la chioma bruna era ricresciuta, la portava raccolta in una coda affinché non gli piovesse sugli occhi.
«Ragioniamo per assurdo» mormorò serio «Io mi lascio convincere a simulare una… un rapporto fisico con Dasmi con la certezza che Kayran non mi infilzerà come un tordo grazie alla protezione del Kharnot. Mi prendo una serie di sferzate o forse un ammonimento verbale, lei è svincolata, lui dissuaso, Taygeta all’angolo. Mi spieghi cosa cambierebbe per me?»
Il reikan gli piantò addosso uno sguardo indecifrabile.
«Chi ha parlato di fingere?»
«C-che?» il principe avvertì una vampata di calore al volto «Sei serio!?»
Il guerriero si riempì i polmoni d’aria gelida, come se per proseguire necessitasse di sfamare il petto o di liberarsi da un’oppressione.
«Un Khai non ama, Shaeta, quante volte te l’ho ripetuto? Non è geloso, non piange, non ha paura. È fedele, schietto, passionale in battaglia e nel talamo. Ho pronunciato lo yakuwa a sua altezza Mahati, non a Dasmi. Vorrei poter dire che è mia, mia soltanto, ma ho la consapevolezza del contrario, non sono fatto per nutrirmi di illusioni, fytar e šokai scortano i miei passi, il resto è deplorevole ahaki. So che per te è difficile comprendere, tuttavia credimi se ti dico che tra me e lei è finita. Che non m’importa e che non cerco un altro letto per dimenticare il suo.»
Il principe ascoltò turbato e si convinse dell’esatto contrario. Pur non d’accordo, si rese conto di capire alla perfezione il concetto di onore Khai, il loro modo di vivere. Fu in quel momento che realizzò quanto provava per il suo tutore: era diverso dall’amore per la madre, dal timore reverenziale per il padre, dall’affettuoso rispetto per Danyal e dal senso di protezione per Evlare. Era un sentimento vero di uomo.
«Mi hai chiamato per nome. Significa che sono degno di essere tuo amico?»
Valka constatò l’inconsapevole scivolata e scosse la testa, le iridi rubino scintillarono divertite al sole invernale.
«Io non stringo amicizia con i mocciosi in ostaggio. Vedremo quando mi racconterai le tue prodezze tra le coltri. E adesso fila a prepararti per l’addestramento!»
Shaeta scattò sull’attenti, ricambiando il sorriso inespresso eppure distinguibile in quei termini perentori.
«Kan’sha!» esclamò correndo via.
 
Sheratan lesse la missiva proveniente dalla capitale, poi ne discusse il contenuto con Taygeta e Iyldun onde risultare il più oggettivo possibile.
«Ho il nome che cerchi» asserì tagliente la donna.
«Mandalo a chiamare.»
Valka si presentò alla tenda pochi minuti dopo: celò la sorpresa quando vide riuniti i tre ufficiali di grado più elevato, subodorando qualcosa di spiacevole.
Che quel sacco di letame di Kayran mi voglia fuori dai piedi?
«Sei richiamato a Mardan con effetto immediato, reikan
La notizia inattesa rafforzò l’ipotesi.
«È lecito domandare chi lo ordina?»
«L’Ojikumaar in persona.»
Il cavaliere alato aggrottò la fronte.
Se si tratta dell’erede al trono, ciò non ha a che vedere con il clan di Ŷalda. I due sono in aperta ostilità. Perché dunque?
«Il principe della corona non fa direttamente il tuo nome» espose il generale «Siamo noi a ritenerti idoneo alla sua richiesta. Un compito delicato e riservato.»
«La preferenza del mio comandante mi onora a prescindere dall’incarico.»
Sheratan annuì soddisfatto.
«È stata Taygeta a raccomandarti per la verità.»
Alla rivelazione Valka avvertì un rivolo di sudore ruscellare lungo la spina dorsale. Percepì l’occhiata glaciale dell’interpellata nonostante il capo abbassato.
«Avrai maggiori dettagli a palazzo» interloquì lei «Al momento ti basti sapere che sua altezza Rhenn sta predisponendo l’ultima asheat per la futura cognata.»
Valka trasalì interiormente, ma rimase immobile, puntellato sul ginocchio sinistro.
La prova del tradimento? Non vorrà che io…
«Le reclute ti prediligono per l’iniziazione, le guerriere sbattono le ciglia parlando di te e persino le dorei desiderano servirti. Deduco che tu ci sappia fare con le donne e per giunta hai mostrato ottime attitudini con gli shitai. Accetti, reikan
L’osservazione era una lama a doppio taglio, la malcelata allusione al suo rapporto con Dasmi una silenziosa minaccia. Non aveva scelta.
«Sissignora.»
«Sudenha» concluse Sheratan «Sei atteso per questa sera. Belker ti accompagni.»
   
 
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