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Autore: lolloshima    25/01/2023    0 recensioni
Esiste un negozio che alle 00.05 si materializza in un luogo sempre diverso.
Di giorno sembra un negozio normale, frequentato da gente normale.
Ma se una persona alle 24.00 precise spende una certa cifra, ha diritto ad un desiderio.
*
Questa storia partecipa alla challenge #CardsOnTheTable
e alla challenge #ifitbleeds
del Gruppo facebook NonSoloSherlock eventi Multifandom
Genere: Dark, Mistero, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Shonen-ai
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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PROMPT:

- X ha perso qualcuno e si è da poco trasferito in una nuova città
- Nuove relazioni
- X diventa maggiorenne
- X nota ogni dettaglio

*
La prima volta che lo aveva incontrato, James andava ancora alle elementari.

Insieme a suo padre, Dylan si era trasferito in città dalla Grecia, dopo la morte improvvisa della madre. Il signor Kanakis aveva rilevato una piccola bottega che si affacciava sulla piazza del paese, per continuare il mestiere che suo padre e suo nonno prima di lui avevano portato avanti con dedizione nella piccola cittadina greca di Xanthi: il barbiere per uomo.

Il Giudice Cannon nutriva una vera e propria fissazione per la cura del viso e della barba, e considerava la rasatura tradizionale un vero e proprio rito sacro e irrinunciabile.

Il volto è l'immagine che ognuno offre al mondo. Se una persona non si prende cura del proprio viso, come potrà mai prendersi cura di altre cose?” era solito ripetere in famiglia.

E questo era anche il suo metro di valutazione quando, dal suo scranno, era chiamato a decidere le sorti di qualche malcapitato sottoposto al suo giudizio. “La barba di un uomo è lo specchio della sua anima” diceva. “Più una barba è curata e ordinata, e più sarà integra la sua moralità”.

Da quando ne aveva avuto l'età (e la peluria) adatta, l'appuntamento più importante della settimana era per il giudice Cannon quello dal barbiere. E si era ben presto affezionato al nuovo barbiere greco, che univa abilità ed esperienza ad una gentilezza non comune nei confronti dei clienti. Cascasse il mondo, ogni sabato mattina, subito dopo aver preso il caffè in veranda e letto il giornale, il Giudice Cannon si recava a piedi alla bottega, e si abbandonava al rito della rasatura tradizionale sotto le mani esperte di Kanakis.

Non appena James aveva compiuto dieci anni, il Giudice Cannon aveva ritenuto che fosse abbastanza grande per accompagnarlo nel suo appuntamento settimanale,

James avrebbe preferito utilizzare il suo tempo in ben altre cose molto più importanti e divertenti, come giocare, o dormire, o leggere. Ma di fronte agli ordini di suo padre, non aveva altra scelta, e quindi non poteva fare altro che starsene seduto composto e in silenzio sulla panca, ad osservare l’antica gestualità che il signor Kanakis ripeteva ogni volta, come se si trattasse del più serio e sacro dei riti.

Faceva sedere il cliente roteando leggermente l'ampia sedia, e lo avvolgeva con un ampio telo candido e profumato.

Poi reclinava lo schienale, e osservava con attenzione la barba e la pelle circostante, verificando che non ci fossero arrossamenti o peli incarniti.

Procedeva quindi alla scelta del rasoio, di sicurezza o a mano libera, e del pennello. A seconda del risultato che voleva ottenere, utilizzava le setole di tasso, di maiale o di cavallo.

Preparava con cura il sapone, lavorandolo opportunamente fino a produrre una schiuma soffice e profumata, che veniva stesa sul volto con il pennello.

Questa era la parte che James preferiva. Suo padre chiudeva gli occhi e per il resto del tempo era come non esistesse. Non parlava, non commentava, non lo rimproverava.

Sulle guance e sul mento imbiancati dal sapone, il barbiere passava il rasoio con cura, appoggiando le dita della mano libera sul volto per produrre la giusta tensione, e James poteva sentire distintamente il rumore della lama raschiare la pelle inspessita di suo padre.

Dopo ogni passaggio, la lama veniva pulita su un panno umido, per poi tornare a passare su una zona diversa del volto.

Una volta completata la rasatura, il signor Kanakis tamponava delicatamente il volto con un asciugamano per eliminare i residui di schiuma, e infine lo copriva per qualche minuto con un telo caldo, così da rilassare la pelle ed eliminare eventuali arrossamenti.

Di tanto in tanto, dal retro faceva capolino un ragazzo, più o meno della sua età, che faceva ogni tipo di lavoro all'interno del negozio. Passava la scopa per terra, lavava i pennelli, raccoglieva i teli usati, preparava il sapone per la schiuma. A lui il signor Kanakis si rivolgeva in una lingua strana, e spesso gli lasciava una carezza sulla testa o un buffetto affettuoso.

James capì ben presto che si trattava del figlio del titolare, nonostante avesse dei capelli biondissimi, a dispetto della capigliatura scura del padre. Aveva un paio di anni più di James, e quando non andava a scuola lavorava in negozio.

Ogni tanto il ragazzino lo guardava e sorrideva, o faceva delle smorfie buffe per commentare i clienti particolarmente strani. Chi aveva i ciuffi dei baffi lunghissimi e arricciati, chi copriva la testa calva con un ridicolo riporto, chi si lasciava crescere la barba a dismisura. E chi, come il Giudice Cannon, era un perfezionista del taglio, e controllava centimetro per centimetro che la sua barba fosse regolata esattamente come voleva lui.

James ridacchiava con la mano davanti alla bocca, attento che suo padre non lo vedesse.

“Da grande sarò anch'io un barbiere” gli disse una mattina in un inglese stentato, mentre sistemava i tubetti di brillantina nella vetrina del negozio.

James non rispose, preso alla sprovvista, limitandosi a guardarlo con gli occhi sgranati.

“Sarò il più bravo barbiere del paese. Anzi, del mondo! Diogene, piacere!”

“Diogene? E che nome sarebbe?”

“E' un nome greco. Ma puoi chiamarmi Dylan. Mia mamma mi chiamava così. Anche lei era americana”.

“E Dylan sia!” aveva concluso James afferrando la sua mano e stringendola con forza. “E voglio essere il tuo primo cliente!”

“Promesso?”

“Promesso!”

*

Qualunque cosa fosse successa sulla strada davanti all'hotel, si era risolta velocemente. L'auto della polizia se n'era andata e le persone che si erano fermate a curiosare, pian piano si stavano disperdendo, allontanandosi in ogni direzione incontro al buio della notte.

James era certo, certissimo, di aver riconosciuto Dylan tra la folla.

Probabilmente era tornato in città per qualche motivo, e si trovava lì per caso.

Girò la testa in ogni direzione, con la speranza di individuarlo, ma non lo vedeva più. Si avvicinò alle poche persone che si aggiravano ancora in zona, ma lui non c'era. Girò su se stesso, sempre più in ansia, finchè per la strada non rimase più nessuno.

Probabilmente si era trattato di un'allucinazione. Doveva assolutamente toglierselo dalla testa, altrimenti la situazione gli sarebbe sfuggita di mano!

Stava ricominciando a piovere, era meglio entrare in albergo. Si avviò direttamente al bar dell'hotel. Aveva bisogno di bere qualcosa, e comunque era troppo nervoso per andare a dormire.

Gli bastò un cenno al barista, che ben conosceva, e questi gli fece trovare sul bancone il suo brandy preferito.

“Grazie Nathan, le mie mance sono ben spese con te” ironizzò, senza ottenere alcuna reazione da parte dell'imperturbabile barista.

Dei pochi clienti presenti al bar, nessuno attirò particolarmente la sua attenzione. C’erano alcuni uomini d’affari sprofondati nei loro tablet alla fine di una giornata di lavoro, qualche coppia attempata che tentava di allontanare la noia, un gruppo di ragazzi che festeggiava in fondo alla sala. I palloncini dorati agganciati alla parete suggerivano che si trattava di un diciottesimo compleanno.

Di nuovo, senza volerlo, fu rituffato violentemente nel suo passato.

*

“Buon compleanno James!” il suo incontenibile sorriso sbucava dalla sciarpa. Dylan allungò una mano guantata verso di lui, porgendogli un cartoncino.

“E questo cos'è?”

“Come cos'è, è il tuo regalo! Ammettilo, ormai ti eri convinto che il tuo migliore amico non ti avesse fatto niente per il tuo diciottesimo compleanno!”

Stavano tornando a casa a piedi dopo aver trascorso la serata in compagnia degli amici per festeggiare il compleanno di James, e si trovavano davanti al negozio del padre di Dylan.

“Avanti, leggilo! Non è facile fare un regalo a chi ha già tutto, ma questo non ce l'hai... ancora”.

Era vero. Apparentemente a James non mancava niente, e non solo a livello materiale. Una famiglia benestante, una bella casa, un aspetto più che gradevole, dei buoni amici, una buona istruzione. E un numero imprecisato di ragazze che avrebbero fatto qualunque cosa pur di entrare nelle grazie della coppia di amici più popolare e attraente della città.

Ma la cosa per cui si sentiva più fortunato era il suo legame con Dylan. Dopo quel primo incontro di tanti anni prima, erano diventati inseparabili. Molto più che fratelli.

James prese il cartoncino con mani infreddolite e lo lesse.

“Ma... è un buono...”

“Certo!” esclamò con orgoglio Dylan. “Adesso sei un uomo, e ti voglio regalare la tua prima rasatura a mano”.

“Hai coinvolto tuo padre?”

“Non mio padre. Io! E' per quello che ti ho portato qui”.

“Vuoi dire che tu mi vuoi rasare la barba... adesso?”

Dylan allargò le braccia, come se volesse distribuire nella piazza deserta il suo incontenibile entusiasmo. “Sì, adesso! E quando se no?”

“Ma è notte fonda... E tu sei ubriaco!”

“Sciocchezze. Forse non te ne sei accorto, ma ho smesso di bere più di due ore fa. Ci tengo alla mia futura professione. E ci tengo al tuo bel visino. Altrimenti chi me le procura le ragazze?”.

James fece una smorfia e osservò di sottecchi l'amico.

La sua bellezza era folgorante. I capelli biondi che arrivavano alle spalle, la pelle ambrata, i lineamenti greci e il perenne sorriso erano una calamita per qualsiasi ragazza. Certo, lui non era da meno, ma il suo fascino era più dovuto al suo aspetto ombroso e distaccato che ad una vera e propria bellezza. Inoltre, James era timido e impacciato, e non poteva reggere il confronto con la giovialità e la simpatia dell’amico. Ragion per cui, ogni ragazza che riuscivano a conoscere, veniva immancabilmente dirottata tra le braccia di Dylan.

“E va bene” cedette, seguendo l'amico che nel frattempo aveva alzato la serranda del negozio.

Dopo pochi minuti, James si trovava adagiato comodamente sulla sedia reclinata del barbiere, avvolto in un telo bianco, con il viso cosparso di schiuma profumata, e gli occhi scuri irrimediabilmente persi in quelli azzurri e profondi di Dylan.

“Me lo avevi promesso che saresti stato il mio primo cliente”.

E mentre Dylan avvicinava la lama del rasoio al suo volto, facendogli assaporare il profumo della sua pelle, James realizzava di non avere più alcuno scampo, perchè il suo cuore gli sarebbe appartenuto per sempre.

*

Quei ricordi erano ancora troppo ingombranti.

Distolse lo sguardo dal gruppo presente al bar e si concentrò sul suo drink.

Cazzo!

Improvvisamente si rammentò del ragazzo dell'agenzia. Probabilmente era ancora in camera, e lo stava aspettando! Da quando Carlos aveva chiamato, doveva essere passata più di un'ora!

Lasciò una banconota più che generosa sul bancone e uscì dal bar. Svoltò l'angolo del corridoio appena in tempo per vedere il fisico asciutto di Dylan entrare in uno degli ascensori. Le porte si chiusero prima che James potesse raggiungerlo e l'ascensore iniziò la sua corsa.

Quindi non era un'allucinazione! Dylan si trovava davvero lì, per di più probabilmente alloggiava nel suo stesso hotel, e forse poteva rivederlo e parlarci.

Con il cuore che batteva all'impazzata, corse alla reception. Il Direttore era al telefono, ma James era sicuro che non avrebbe esitato ad interrompere la telefonata per ascoltare la richiesta di uno dei suoi migliori clienti.

“Janpaul, mi scusi se la interrompo...”

“Mi dica” rispose subito sottovoce il direttore, senza staccare la cornetta dall'orecchio.

“Ho appena visto salire un mio amico in ascensore”.

“Capisco”.

“Lo volevo salutare, ma non ricordo il numero della camera. Si chiama Dylan Kanakis. Alto, biondo, fisico muscoloso...”

“Sì, confermo, è qui da noi”.

Allora era vero, Dylan alloggiava nel suo stesso hotel!

“Mi potrebbe dare il numero della camera? Ma non lo avvisi per favore, vorrei fargli una sorpresa”.

“Mi dispiace, mi dispiace molto....”

“Lo so, conosco la vostra discrezione, ne ho goduto anch'io, diverse volte, ma sono sicuro che si può trovare un compromesso...” James inserì una mano nella tasca dei pantaloni, e afferrò una mazzetta di banconote. Non fece in tempo a sfilarne una da offrire al direttore, che questi lo interruppe.

“Il fatto è che c'è un ospite in camera sua. Una persona è salita qualche tempo fa, prima di lui... Vuole che vada ad avvertirla?”

Di fronte a quelle parole, James si ammutolì.

Certo, ovvio che Dylan non era solo. Soltanto uno stupido avrebbe potuto pensare che Dylan fosse tornato in città da solo.

Era pur sempre un uomo sposato.

Niente di più logico che avesse fatto un bel viaggio insieme alla moglie.

“Lasci stare, grazie” bofonchiò sottovoce lasciando la reception.

Non gli restava altro da fare che andare in camera.

Quando aprì la porta della sua suite, vide un ragazzo di colore disteso sul divano dell'anticamera. Indossava solo uno striminzito perizoma di pelle nera, e delle cinghie borchiate incrociate sul petto nudo gonfio di muscoli. Dormiva profondamente, abbracciando un frustino.

Ai suoi piedi uno zainetto, probabilmente pieno dell'attrezzatura necessaria ai giochi erotici che di solito lui preferiva.

James si avvicinò quasi intenerito. Guardandolo così abbandonato nel sonno, non gli avrebbe dato più di vent'anni.

Prese un plaid dall’armadio a muro, glielo adagiò delicatamente sul corpo, e si diresse in camera sua. Aveva proprio bisogno di un sonno ristoratore, dopo quella giornata infinita.

 

   
 
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