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Autore: Old Fashioned    29/04/2021    7 recensioni
Prima guerra mondiale. A un giovane e ardimentoso pilota tedesco viene assegnata una strana missione: dovrà atterrare con il suo aereo dietro le linee nemiche e lì caricare a bordo una persona, poi rientrare alla base. Tutto semplice, all'apparenza, peccato che la persona che dovrà caricare, una pericolosa spia tedesca, sia inseguita dal suo arcinemico: una spia inglese di pari livello, disposta a tutto pur di catturare il rivale.
Questa storia è stata scritta per Crazy_person, come modesto ringraziamento per tutte le bellissime recensioni che mi ha sempre lasciato.
Genere: Angst, Guerra, Storico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Slash
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Gente mia,
nonostante la tecnologia abbia tentato a più riprese di rivoltarsi contro di me, ecco che vi posto il solito mappazzone settimanale.
Come sempre un immenso ringraziamento a chi mi sta seguendo.






Capitolo 8

L'inglese era proprio di fronte a loro. Bilanciato sui due piedi, profilato, impugnava la pistola con una mano e sembrava un duellante d'altri tempi.
Il tenente capì che stava sparando più che altro dai lampi gialli che baluginavano dalla canna, perché ogni altro suono era soverchiato dal rombo del motore a pieni giri.
Una scintilla sprizzò dalla culatta della Vickers, segno che un proiettile l'aveva colpita, poi l'inglese fu costretto a saltare indietro per evitare di essere travolto.
Von Knobelsdorff lo vide bilanciarsi nuovamente sulle gambe e mirare a lui, per un istante si trovarono anche occhi negli occhi.
Poi l'aereo passò oltre e il tenente si trovò a fronteggiare l'immensa distesa buia della pista.
Fece prendere velocità all'RE8. Chiuse gli occhi e lasciò che l'istinto per il volo prendesse il sopravvento.
Cercò di sentire quell'aereo come una parte del suo stesso corpo, lo visualizzò nella corsa di decollo, lasciando che il fremito dei comandi e l'impatto dell'aria contro il viso gli dicessero che era arrivato il momento di staccare.
L'aereo correva. Da quanto tempo? Non lo sapeva.
Inspirò, cercò di fare il vuoto in mente.
Non adesso...
L'aria era ormai uno schiaffo brutale, la barra nella sua mano era una cosa viva, pulsante.
Non adesso...
L'aereo fece un breve sobbalzo, riprese terra, si scosse come un puledro ansioso di galoppare.
Adesso!
Tirò indietro la barra, ogni scossa e ogni vibrazione cessarono: l'RE8 era passato da grave che striscia sul terreno a entità celeste senza peso.
Sospirò di sollievo, ma mantenne desta l'attenzione. Quanto saliva quel velivolo? Quando avrebbero guadagnato la quota di crociera? Era il caso di ridurre i giri o era meglio aspettare? Cercò di distinguere qualcosa nel cruscotto, ma anche quello era un abisso di buio, nel quale la debole luminescenza verde dei quadranti sembrava il barbaglio di pesci in acque profonde.
Si affidò nuovamente all'istinto. Guardò fuori, vide in lontananza dei bagliori rossi e aranciati. “Il fronte,” disse a voce alta, ricordandosi solo dopo che l'uomo alle sue spalle non poteva sentirlo.
Stabilì che la quota era sufficiente, livellò e ridusse i giri fino a che un suo orecchio interiore non si dichiarò soddisfatto.
A quel punto osservò di nuovo l'orizzonte. Il cielo era ancora nero, ma gli sembrava di cogliere da una parte qualcosa come un vago chiarore. Stabilì che quello era l'est.
In lontananza si vedeva un ribollire rossastro da fucina, nel quale talvolta esplodevano fontane di un bianco accecante, che lasciavano poi ricadere ad arco vividi zampilli.
Chiuse gli occhi e per un istante rivide quegli stessi disegni, violacei, dietro le palpebre.
Si guardò intorno come d'abitudine. Stava per girarsi verso l'agente segreto quando un'angosciante sensazione di allarme lo invase: odore di benzina.
Annusò di nuovo, pregando di essersi sbagliato, ma allo stesso tempo consapevole che nessun pilota avrebbe mai potuto sbagliarsi su una faccenda del genere. Il risultato infatti fu lo stesso: benzina.
Sicuramente uno dei proiettili dell'inglese aveva bucato un serbatoio.
Strinse le labbra. Non c'era molto da fare, obiettivamente, a parte continuare a volare sperando che l'aereo non prendesse fuoco e che il carburante rimasto fosse sufficiente a farli arrivare in territorio tedesco.
Riguardò il susseguirsi di fiamme e deflagrazioni che segnava la linea del fronte, diede motore e salì di quota: almeno avrebbe avuto più margine per un'eventuale planata.
Livellò quando i bagliori delle esplosioni erano ridotti a un vago luccichio come di sole sull'acqua, poi si chiese quanto carburante fosse rimasto. Gli indicatori non si vedevano e l'istinto del volo, così utile per staccare al momento giusto o compensare il vento al traverso, era purtroppo del tutto inutile per dirimere questioni tecniche come la quantità di benzina presente nei serbatoi.
Guardò di nuovo verso l'orizzonte, alla ricerca di un'agognata striscia di luce. Decollare al buio, dopotutto, non era impossibile. Tutt'altra cosa, ovviamente, sarebbe stata atterrare, verosimilmente su un campo non preparato – campo che prima avrebbe anche dovuto individuare – forse senza benzina e magari, per colmo di sfortuna, anche bersagliato dalla fucileria tedesca, perché nelle trincee l'avrebbero scambiato per un nemico.

L'odore di benzina andava e veniva. A tratti era più intenso, tanto da far temere un imminente incendio, a tratti invece quasi scompariva, soverchiato dal vento che invadeva l'abitacolo.
Probabilmente lo stillicidio non finiva direttamente sul motore, ma in ogni caso persisteva, e stava vuotando pian piano il serbatoio.
Von Knobelsdorff regolò per l'ennesima volta quel che poteva dei parametri del volo, poi fissò di nuovo l'orizzonte, dove stava svogliatamente accendendosi una luminescenza aranciata. Guardando con attenzione, si cominciava già a percepire qualche corrugamento viola o grigiastro nel nero prima uniforme del suolo.
Il motore tossì. Un sussulto quasi impercettibile, che però a lui parve forte come un colpo di cannone.
Si guardò ansiosamente intorno, calcolò quale fosse più o meno la distanza dal fronte e cominciò a impostare un’eventuale planata.
Il motore tossì di nuovo, l’aereo ebbe un sussulto.
Von Knobelsdorff percepì un tocco sulla spalla. Capì che l’agente segreto stava dicendo qualcosa, ma non riuscì ad afferrare cosa. Immaginò che stesse chiedendo se c’erano problemi.
La benzina!” urlò in risposta, con quanto fiato aveva in gola “Benzina! Poca benzina!”
Poi il motore emise un'altra serie di singhiozzi ed egli dovette abbandonare lo scambio per dedicarsi a questioni più urgenti.
L'uomo del resto non era l'ultimo degli stupidi, non ci avrebbe messo molto a capire qual era il problema.

All’orizzonte comparvero i primi raggi di luce. A terra non si vedeva ancora praticamente nulla, ma il colore del cielo stava passando dal nero al blu scuro. A una a una, le stelle scomparivano.
Il ribollire igneo del fronte, che col buio gli aveva ricordato i fiumi di lava incandescente di un vulcano, andava pian piano trasformandosi in dense nubi di fumo, sotto le quali covava un rosseggiare come di braci.
Le vivide fontane bianche, di una terribile bellezza nelle tenebre, stavano diventando sbiaditi archi giallastri.
Il motore calò di giri, tossì, si riprese sputacchiando. Egli tentò di inclinare l’aereo alla ricerca delle ultime gocce di benzina, ma dopo pochi secondi l’elica si fermò.
Merda!” imprecò fra i denti. Nel silenzio irreale che era calato, sembrò che lo stesse urlando. Diede un'altra occhiata alla linea del fronte, cercando di calcolarne la distanza. Non era una riga tracciata con la penna, ovviamente, ma un'estensione più o meno ampia di cosiddetta terra di nessuno, delimitata dalle trincee dei due schieramenti. La dimensione di quello spazio poteva fare la differenza.
Guardò di nuovo, ma non si arrischiò a perdere preziosi metri di quota per avere un punto di vista migliore. In ogni caso, ragionò, a parte sfruttare al massimo la planata c'era ben poco da fare.
Si concentrò sull'aereo. L'RE8 sembrava comportarsi abbastanza bene, era stabile e scendeva molto più adagio del suo Albatros, grazie alle ampie superfici alari. Per agire sui comandi bastava qualche tocco su barra e pedali.
L'agente segreto sedeva silenzioso alle sue spalle, senza disturbarlo con domande futili.
Tutto sembrava procedere, se non nel modo migliore, almeno in quello più accettabile. Egli si sentì pervadere, per la prima volta da quando era stato abbattuto con l'agente segreto a bordo due giorni prima, da un cauto ottimismo.

Poi la semiala destra esplose. Ci furono un lampo giallo e uno schianto, la struttura si disintegrò in un delirio di schegge di legno, brandelli di tela e cavi d'acciaio. L'aereo fuori controllo si rovesciò e cominciò a precipitare.
Von Knobelsdorff cercò per prima cosa di rimettere il velivolo in un assetto decente, cosa che gli riuscì solo dopo un tempo che gli parve interminabile. Quando l'RE8 interruppe la caduta, avevano perso decine di metri di quota e, seppur più lentamente, continuavano a perderne. Si trovavano ancora dietro le linee inglesi. Se avessero toccato terra lì, sarebbe stata la prigionia assicurata, sempre che non fossero stati fucilati sul posto come spie.
Un altro colpo gli passò così vicino che l'aereo vibrò. Evidentemente c'era un anonimo artigliere tedesco che aveva deciso di usare il ricognitore inglese per fare il tiro al bersaglio. In altre occasioni avrebbe sicuramente lodato la precisione e la perseveranza del militare, ma in quel frangente maledisse tanto zelo.
Ormai l'RE8 era così basso che sporgendosi di lato riusciva a distinguere i reticolati. Sotto l'aereo sfilavano le postazioni inglesi; dapprima i ridotti, i depositi, le cucine da campo e le salmerie, poi le trincee arretrate e infine la prima linea. Al suo passaggio, i soldati agitavano le braccia.
Notò che quell'avvicinamento a motori spenti stava mettendo tutti in allarme. Ovviamente gli inglesi vedevano un loro apparecchio in difficoltà e poteva scommettere che si sarebbero attivati per salvarlo. Probabilmente si erano fatti l'idea che lui fosse morto o ferito, e che per tale motivo, invece di atterrare al sicuro dietro le linee, stesse caparbiamente procedendo verso le trincee tedesche.
Rivolse un fugace pensiero all'agente segreto alle sue spalle, ebbe quasi l'idea di chiedergli cosa sarebbe stato meglio fare una volta a terra, ma subito dopo dovette concentrarsi sul volo, la cui difficoltà richiedeva tutta la sua attenzione.

Il terreno, un brullo susseguirsi di avvallamenti e crateri, si stava avvicinando con allarmante velocità.
Ancora una volta il tenente si sporse di lato per controllare la posizione del velivolo: si era lasciato alle spalle la prima linea inglese e riusciva già a vedere, forse a duecento metri di distanza, le trincee tedesche.
Sotto di lui scorrevano matasse di filo spinato e detriti. Il suolo ormai era a pochi metri, l'aereo arrancava sorto, costringendolo a continue manovre di correzione.
Infine toccò terra con la punta della semiala sana, rimbalzò, toccò di nuovo e si udì lo schianto del carrello che cedeva.
L'RE8 si accasciò su un lato e per un po' continuò a strisciare lasciandosi dietro pezzi della centinatura e del rivestimento alare. Infine si arrestò in un silenzio irreale.
Tutto bene?” chiese il tenente, ma non ricevette risposta.
Fece per girarsi verso l'agente segreto, ma una serie di clamori lo costrinsero a dedicare immediata attenzione a ciò che stava accadendo al di fuori.
Una pattuglia di inglesi si stava avvicinando, con l'ovvio intento di salvarli.
Si sentì gelare. Diede un'occhiata tutt'intorno, ma non c'era nulla che potesse fungere da nascondiglio. Le linee tedesche erano ancora lontane, o perlomeno erano più lontane della squadra in avvicinamento. “Abbiamo un problema,” disse, ma ancora una volta non ottenne risposta.
Ansiosamente si chiese dove fosse l'agente segreto: era morto durante l'atterraggio? La ferita si era riaperta? Lo immaginò esanime, fradicio del proprio sangue, penzolante dalle cinture di sicurezza.
Signore,” tentò, “signore, mi sente? Dobbiamo andarcene subito.” Si girò, ma l'abitacolo era vuoto.
Pensieri di ogni genere gli saettarono in mente. Era davvero morto? Caduto dall'aeroplano? Era scappato lasciando indietro lui, come esca per gli inglesi?
L'ultima ipotesi gli parve la più probabile. Certo, non aveva più bisogno di un pilota. Tanto valeva sacrificarlo per coprirsi la fuga.
Lo invase qualcosa di molto simile allo sdegno, soppiantato subito dopo dalla pressante necessità di trovare un modo per cavarsi comunque d'impaccio.
Sentì il tramestio dei passi in avvicinamento. In inglese qualcuno domandò: “Ehi, amico, tutto bene?”
Qualcun altro disse: “Per me è morto.”
La voce di prima insisté: “Ehi? Mi sente?”
Von Knobelsdorff non sapeva che fare. Non aveva armi, tanto per cominciare. Era nel bel mezzo di uno spazio aperto, dove qualcuno dotato di fucile avrebbe potuto fare su di lui un comodo tiro al coniglio. Era stremato, ferito, faticava a reggersi in piedi.
Tuttavia gli ripugnava l'idea di lasciarsi catturare come un animale preso al laccio. Scrutò ansiosamente nella cabina, alla ricerca di qualcosa che potesse fungere da arma. Osservò con nostalgia le due mitragliatrici Vickers ormai inutilizzabili.
Poi sentì qualcosa come un debole gemito fuori dall'aereo. “Ma che diavolo...?” sbottò qualcuno, poi la frase si interruppe.
Ci furono colpi soffocati, un rumore come di rami secchi che si spezzavano.
Calò il silenzio.
Il tenente si issò in piedi con fatica. Strizzò gli occhi per allontanare un capogiro e cercò di mettere a fuoco quello che lo circondava. I soldati inglesi erano a terra. Altri soldati si stavano avvicinando, ma erano vestiti in grigioverde.
Lungi dal sospirare di sollievo, alzò le mani quanto più poteva ed esclamò: “Non sparate, sono un ufficiale tedesco!”
I nuovi arrivati si arrestarono. Senza abbassare il moschetto, il più avanzato di essi, un caporale, chiese: “Prego?”
Immobile, von Knobelsdorff ripeté: “Sono un ufficiale tedesco.”
Ma certo, e io sono il Kaiser.” Il fucile non si spostò di un millimetro.
Mi chiamo Maximilian von Knobelsdorff, sono tenente del Terzo Ulani, attualmente in forza alla Jasta 6 con mansione di pilota.”
Il 98K continuava a puntarlo. “Come mai parla così bene tedesco?” chiese il graduato.
Perché sono tedesco, maledizione!”
Con quell'uniforme? A bordo di un ricognitore con le torte rosse e blu[1]?”
Mi faccia parlare con un ufficiale!”
Può giurarci che parlerà con un ufficiale,” replicò asciutto l'altro. Poi, rivolto ai suoi uomini: “Tirate giù quella spia inglese dall'aereo.”

Il tenente lasciò che i soldati lo sollevassero quasi di peso. Un po' perché non voleva innervosirli con mosse troppo brusche, ma un po' anche perché obiettivamente faceva sempre più fatica a reggersi in piedi.
Gli sembrava di essere costantemente sdraiato sulla tavola di chiodi di un fachiro, gli bastava fare un respiro un po' più profondo del normale per avere l'impressione che qualcuno gli stesse strappando brani di pelle dal dorso.
Un paio di volte gemette anche, al tocco rude dei soldati. Poi qualcuno avvisò: “Ehi, perde sangue. È ferito!”
Von Knobelsdorff avrebbe voluto replicare, ma le cose stavano cominciando a diventare sempre più confuse. L'ultimo pensiero coerente che riuscì a formulare fu che forse la felicità di trovarsi finalmente in mani tedesche lo stava inducendo all'abbandono, poi tutto si fece nero.

§

Quando il tenente riaprì gli occhi, la prima cosa che vide fu una parete formata da assi di legno grezze, dietro cui si indovinava la presenza di terra battuta. L’ambiente in cui si trovava era rischiarato da una fioca luce giallastra, come di una candela o una lampada a olio; nell’aria c’erano vari odori, tra cui medicinali, grasso per armi e panno militare.
Si accorse che si trovava su una branda, disteso su un fianco. Qualcuno gli aveva tolto la giubba e la camicia, ma a quanto pareva non aveva toccato le medicazioni di fortuna che gli aveva fatto l’agente segreto.
Si chiese dove fosse finito il suo misterioso compagno, e una strana fitta di nostalgia lo pungolò.
Cercò di sollevarsi su un gomito per guardarsi intorno, ma era troppo debole e dovette rinunciare. Al suo movimento, però, una figura gli si avvicinò. “Mi capisce?” chiese un capitano medico, entrando nel suo campo visivo.
Ovvio che la capisco,” ansò il giovane con voce roca, “sono tedesco.”
L’altro sollevò le sopracciglia. “È tedesco?” ripeté perplesso.
Tenente Maximilian von Knobelsdorff, Terzo Ulani, in forza alla Jasta 6 con mansioni di pilota da caccia.”
Il capitano lo fissò perplesso per qualche secondo, quindi chiese: “Come posso essere certo che lei non mi stia mentendo?”
Si metta in contatto con il maggiore Heinrich von Stade, comandante della Jasta 6. Gli dica di venire qui, sarà lui a confermarle la mia identità.”
L’altro sembrava comunque poco convinto da quelle referenze. Arretrò appena sullo sgabello, come per avere un diverso punto di vista su di lui, poi lo fissò pensoso, prendendosi il mento fra le dita. Infine chiese: “Se lei, come dice, è un pilota tedesco, come mai si trovava su un ricognitore inglese, con addosso un’uniforme inglese?”
Sono informazioni che non posso darle.”
Il capitano non replicò. Si alzò in piedi, aggirò la sua branda e tirò giù le coperte che gli avevano steso addosso. Per un po’ rimase a osservare in silenzio, toccando con delicatezza qua e là, poi disse: “Queste sono sevizie.” Non era una domanda, ma una pacata constatazione. “Ho visto cose simili nel Tanganica,” soggiunse poi.
A quel punto tacque, quasi aspettandosi che von Knobelsdorff gli fornisse qualche spiegazione, ma il tenente mantenne a sua volta il silenzio.
Non sapeva in effetti se gli fosse consentito parlare di certe cose o no, ma vista la maniacale attenzione che tutti gli appartenenti ai servizi segreti mettevano nel non far trapelare informazioni, ritenne opportuno non rivelare nulla.
Percepì che il capitano medico gli stava di nuovo toccando il dorso, una pressione un po’ più intensa in un punto lo fece gemere di dolore.
Le bende sono attaccate alle ferite,” lo sentì dire. “Non ha avuto molta cura della sua medicazione.”
Von Knobelsdorff evitò di spiegargli come aveva trascorso le ultime quarantotto ore.
Il capitano si alzò in piedi. Aggirò nuovamente la branda, si affacciò a una porta e chiamò: “Venga qui, Scharnowski.”
Si presentò un caporale della sanità, che si mise sull’attenti e scandì: “Agli ordini, signor capitano medico!”
Scharnowski, tolga questa medicazione.”
Il graduato raggiunse il superiore, rimase in silenzio per qualche secondo, evidentemente valutando la situazione, poi disse: “Ci vorrà della morfina, signor capitano medico.”
Gliela somministri. Dieci milligrammi endovena.”
Signorsì.”
Il tenente seguì con lo sguardo il caporale che preparava la siringa e la metteva in un'arcella assieme al laccio emostatico e a un batuffolo di ovatta.
Gli porse il braccio con sollievo, quasi felice alla prospettiva di qualche ora di sonno senza preoccupazioni.

I primi raggi del sole trasformano il prato in una scintillante distesa di cristallo. Proprio davanti ai suoi occhi, scorrono sugli steli gocce di rugiada che sembrano perle e diamanti. Egli allunga la mano, le sfiora con le dita. Una di esse gli rotola sulla pelle lasciandosi dietro una scia lucente.
Stringe appena gli occhi. Oltre quel tripudio di gemme trasparenti, il cielo è una cupola tersa. Nella calma di vento, i fumi scuri salgono lenti e dritti, ricordandogli tante colonne.
Gli tornano in mente i versi di una canzone: Aurora, aurora, illumina la mia giovane morte[2].
Ricorda un assalto. Il tuonare degli zoccoli, il vento sul viso, il tumulto del sangue. Il sole sulla punta della lancia.
La pianura è disseminata di crateri, poco lontano vi è l'affusto di un cannone. Passa lento un cavallo, la testa china a brucare, i raggi rosati che accendono d'oro e d'arancio il suo lucido manto corvino.
Rievoca altri versi della vecchia canzone: solo ieri alto in sella, oggi colpito al petto, domani nella fredda tomba.
Nella fredda tomba, si ripete, e tutto gli sembra, quel margine di foresta cosparso di gemme, tranne che un sepolcro. I germogli giovani delle querce crescono su rami antichi, le foglie dell'anno precedente muoiono e cadono, ma l'albero è sempre lì.
Forse è quello il senso della battaglia, pensa, il senso del sacrificio. Morire perché la Patria viva.
A passi lenti, emergendo man mano dalla foschia del primo mattino, si avvicina qualcuno. È un giovane uomo in uniforme di cui non riesce a distinguere i lineamenti, alto e snello. Lo raggiunge e si ferma a pochi passi di distanza.
Egli lo fissa, ma è come se avesse il sole dritto negli occhi: la luce intensa lo costringe a distogliere lo sguardo. “Chi è lei?” chiede comunque.
Il nuovo arrivato rimane a fissarlo muto per qualche secondo. “Reiner,” risponde infine.
Reiner,” fa eco lui, pensoso. Il nome gli dice qualcosa. “Reiner, chi?”
L'altro si china adagio e quando il suo volto diventa visibile, egli si accorge che è come guardarsi in un specchio. Ha i suoi stessi lineamenti.
Il nuovo arrivato sorride appena al suo stupore, poi gli sussurra: “Si muore per rinascere. Diglielo.”
Prima che lui possa replicare, Reiner si alza e prende ad allontanarsi lentamente. Raggiunge il morello, che ha smesso di brucare e lo sta fissando con aspettativa, gli monta in sella e trotta via, scomparendo nella foschia luminosa dell'alba.









[1] La “torta” è colloquialmente il distintivo di nazionalità rotondo (coccarda) che si trova su ali e fusoliera degli aerei di determinate nazioni (ad esempio Inghilterra, Francia e Italia).
[2] Reiters Morgenlied, canzone tradizionale della cavalleria tedesca.

   
 
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