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Autore: Enchalott    22/11/2021    3 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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A tu per tu
 
Rhenn sollevò l’arco e tese la corda. La punta dello strale incoccato baluginò micidiale ai raggi del primo sole, mirando a uno degli inconsapevoli volatili che fendevano l’aria del mattino con pigri battiti d’ala.
Aveva reperito l’oggetto in una delle celle dove i devoti depositavano i doni per la dea, ma esso non aveva l’aspetto un’offerta votiva. In verità non vantava neppure una remota somiglianza con quello di eccellente fattura che aveva lasciato a Mardan e appariva un semplice legno ricurvo. Comunque aveva preso l’unico a disposizione senza chiedere il permesso, nonostante le obiezioni della ragazza Salki. Si sforzò di mantenere la concentrazione, ma il confronto con il soverchiante nervosismo che gli scorreva nelle membra risultò arduo.
La sera precedente aveva sorseggiato con calma l’akacha e poi si era assopito senza quasi realizzarlo. Già quello era materiale sufficiente per un lungo autoesame: era conscio della propria stanchezza, che aveva contribuito a farlo crollare, ma essa non doveva costituire un appiglio. Che l’erede al trono rivelasse una pur minima debolezza era fuori da ogni tollerabilità. Inoltre era stata la prima volta che aveva spartito il letto con una femmina con cui non si era prima dilettato. E i materassi di quel dannato covo di hanran erano stretti, pertanto era stato impossibile mantenere le dovute distanze.
Dannazione! Certe volte non passo la notte neanche con Rasalaje! Me ne vado dal talamo dopo i doveri coniugali e con Ishwin… bah, carnalità e basta!
Destarsi tra le braccia di una donna che non aveva posseduto, sulla scia di un sonno ristoratore che non provava da tempo, era stato come sminuirsi di propria volontà. Un esecrabile ammettere che il principe dei Khai era più bisognoso di umano conforto che di soddisfare i propri innati istinti maschili.
Non io! Io non ho bisogno di nessuno! Io agisco perché voglio o perché devo!
L’assurdità della situazione continuava a disturbarlo e anche Yozora, al risveglio, non aveva nascosto l’imbarazzo. Ma nel suo caso era quanto meritava, era lei ad aver creato quelle circostanze fuori dall’ordinario, insistendo per una sosta al santuario. Era un problema suo se si disperava per aver dormito con lui.
Che idiozia, neanche ci fossimo accoppiati come selvaggi!
Strinse le zanne, seguendo il gracchiare gioioso degli uccelli.
Provava nei suoi riguardi una sorta di risentimento difficile da circoscrivere, dovuto a qualcosa che invece non avrebbe dovuto tangerlo affatto. Certo non avrebbe potuto trascorrere una notte di passione con la promessa sposa di suo fratello, ma non era quello il punto. Il punto era aver immaginato di contorcersi con lei tra le lenzuola in preda all’estasi, di averne avuto l’occasione e di non averlo realizzato. Non per lealtà, non per rispetto, tantomeno per il timore delle conseguenze.
La freccia si staccò dalla corda e trapassò il petto di uno dei volatili, che emise uno stridio straziante prima di precipitare al suolo.
Quando alle prime luci aveva aperto gli occhi e si era visto riverso sul suo omero, allacciato al suo corpo in un abbraccio che non aveva nulla di licenzioso, era sobbalzato per lo sconcerto. Poi era stato invaso dalla consapevolezza, ma si era spostato piano per non disturbarla e per cavarsi da quella posizione umiliante. Lei aveva mosso le labbra e aveva pronunciato una sola parola: Mahati.
Nel dormiveglia aveva invocato il nome dell’uomo che le era stato imposto, ma con tale dolcezza e trasporto e maledetto ahaki che pareva che lo avesse scelto tra mille, che si fossero scelti senza costrizioni e la sua lingua ignara avesse articolato la parola più preziosa di tutte, assorbendola direttamente dal cuore.
Era rimasto fermo con il viso a pochi centimetri dal suo, raggelato e furibondo, tentato di scrollarla, di minacciarla per costringerla a pronunciare Rhenn. Rhenn con il medesimo coinvolgimento, solo per comprendere quale dannata sensazione scendesse a occupare l’anima di suo fratello ogni volta che lo udiva. Per capire cosa lui non era destinato a possedere, per irridere la mortificante percezione di vuoto che si era installata tra i suoi pensieri in subbuglio. Per accertarsi di essere esente da quel brivido che invece gli era sceso lungo la spina dorsale.
Yozora aveva spalancato gli occhi ed era indietreggiata sino a sfiorare la spalliera di legno, raccogliendosi sgomenta nel lenzuolo sgualcito. Si erano guardati senza trovare i termini opportuni per scusarsi o per adirarsi l’uno con l’altro, trattenendo il respiro. Persino lui, lui che era in grado di sputare in faccia agli dei, aveva esitato un istante di troppo prima di annullare la tensione nel sarcasmo! Eppure lo strascico di ciò che era avvenuto, di ciò che non era avvenuto, rimaneva lì a pungolarlo.
L’uccello abbattuto era ancora vivo e muoveva le ali negli spasmi dell’agonia: un tiro imperfetto, deplorevole per un guerriero. Lo raccolse da terra e gli spezzò il collo con sproporzionata enfasi.
 
La principessa sobbalzò al rumore secco. Restò indietro, osservando la schiena possente dell’Ojikumaar, certa che non sarebbe più riuscita a guardarlo in viso.
Il senso di colpa tornò a riempirla, un nodo soffocante: aveva dormito con un altro uomo. Sposato. Il fatto che tra loro non fosse avvenuto nulla di fisico non aveva titolo, che non avesse agito con dolo non era affatto confortante. Avrebbe dovuto lasciarlo addormentato nella sua stanza nel momento stesso in cui le sue palpebre erano divenute pesanti e si era appoggiato a lei sfinito.
Ma non le era sembrato gentile e poi l’idea di percorrere da sola i corridoi estranei del santuario in cerca di un giaciglio alternativo l’aveva spaventata. Era stato Rhenn a insinuarle il timore che l’aveva condotta al fallo! Però incolparlo degli esiti di una scelta personale sarebbe stato ingiusto e le avrebbe impedito il dovuto mea culpa.
Gli aveva tolto di mano la tazza vuota e lo aveva sorretto per evitare che cadesse dal letto, attendendo che si riscuotesse. Ma lui era sprofondato nel sonno.
Così si era raccolta in una preghiera al dio del Tempo, affinché concedesse al principe la possibilità di sperimentare la pace, di discernere l’aridità delle regole secondo cui viveva, di non infliggere dolore al prossimo. Da quella concentrazione interiore era precipitata nel mondo onirico, mentre lo teneva tra le braccia e invocava i Superiori con il suo nome sulle labbra. Cullata dal suo respiro, dalla sensazione di calore che la reciproca vicinanza le trasmetteva, dalla fiducia incondizionata nella benevolenza del divino Kalemi.
Rammentava i frammenti di un sogno confuso, nel quale un uomo che le sembrava di conoscere la stringeva a sé e la proteggeva dal male con infinito amore. Anche se pronunciare quella parola tra i Khai equivaleva a una bestemmia, colui che la cingeva non esprimeva altro, le sue mani intrecciate avevano artigli bianchi e affilati, la sua carne ardeva come brace e al suo fianco erano agganciate due spade ricurve. Nessun dubbio che si trattasse di un demone. O che le visioni notturne mentissero e fossero il frutto di un’elaborazione astrusa dell’inconscio. Non aveva saputo districare quelle sensazioni confuse, tuttavia aveva sperato con tutte le forze che quella persona fosse il Šarkumaar. Colui che sarebbe rimasto al suo fianco per tutta la vita. Che lo fosse almeno in un atomo remoto di sé e l’aspettativa le aveva donato l’energia aggiuntiva per scoprirlo al più presto.
La potenza dell’emozione che aveva provato l’aveva strappata al mondo dei sogni, ma quando era tornata alla realtà un altro paio d’occhi, aconitum viola e letale, era inchiodato su di lei.
 
«Dormito bene?» aveva ringhiato impassibile Rhenn dopo un silenzio glaciale.
«Io… perdonatemi, non so come scusarmi!»
«Ah, lo credo! Una donna che trascorre la notte con un principe Khai e non si concede al suo piacere deve risarcirlo!»
Lei era avvampata, rannicchiandosi alla testata opposta del letto.
«È stato involontario! E poi non è vero, Mahati non pretende alcun indennizzo!»
«Ve l’ho già detto, io non sono Mahati. Intenzionale o meno, come rimediereste?»
«Vi ho già domandato venia!»
«Non è sufficiente.»
«Se promettessi di non riferire quanto accaduto a vostra moglie?»
Il principe si era messo a ridacchiare scuotendo il capo.
«Mettereste al sicuro voi stessa dal vostro immotivato senso di colpa. Tenendo conto che sto deplorando proprio il non avvenuto, non mi importerebbe un accidente se Rasalaje venisse a sapere che ho dormito sulla vostra spalla. Per contro sarebbe divertente constatare quanto è compatto il vostro sodalizio. I Khai non soffrono di gelosia, ma qualunque donna del sangue lo considererebbe ingiurioso.»
Yozora aveva riflettuto su quanto invece l’amica le aveva confessato. I demoni erano possessivi eccome, ma lo giudicavano una deplorevole insicurezza.
«La principessa capirebbe l’equivoco. E poi non alludevo al fatto che siete venuto nella mia stanza per farvi servire. Non le racconterei di quanto eravate provato ieri, certo non a causa delle ore di cammino, bensì per un affaticamento pregresso. So che considerate avvilente ogni cedimento, ma non temete: non vi metterò in cattiva luce con nessuno.»
Rhenn l’aveva fissata con lo sguardo di una belva in trappola, anche se aveva tentato di mascherare il panico con la furia.
«Mi state facendo la carità!? Smantellate le vostre patetiche costruzioni mentali, non sono stanco! Anzi, in questo periodo ho più energie del consueto, visto che avete suggerito a Rasalaje di non spartire l’amplesso che mi spetta!»
Lei si era sentita sprofondare a quella confessione tanto personale.
«Non ho fatto nulla del genere!»
«Non credo alle coincidenze, non mi ha voluto dopo il vostro akacha. Mai successo.»
«Sono accuse infondate! Le ho raccomandato di rispondervi per le rime e basta! Ho appurato come la trattate, siete scostante e prepotente! Invece vostra moglie tiene a voi e non vuole dispiacervi. Ve ne approfittate e non la meritate!»
«Vi perdete in assurdità! Cosa ne sapete voi del rapporto tra due coniugi Khai? »
«Abbastanza per capire che tra essi esiste parità e che un’altra vi avrebbe già cavato gli occhi! La principessa è di una correttezza ineccepibile, mentre voi…»
«Chi per esempio?» aveva sogghignato lui moderando i toni «Voi? Dovreste prima farvi crescere gli artigli!»
Yozora non era riuscita a ribattere al volo e lui si era accorto del suo impaccio.
«Dunque il vostro continuo darmi contro costituisce il sistema per prendere le difese di Rasalaje? Quello che voi shitai chiamate solidarietà femminile?»
«No, esprimo solo ciò che penso sulle vostre maniere arroganti.»
«Se i vostri pensieri fossero per me, non avreste invocato mio fratello nel sonno.»
Lei aveva sentito le guance incendiarsi.
«N-no, è perché ho sognato… oh, non sono affari vostri!»
«Lo sono di sicuro. Siete affidata a me per quanto riguarda il vostro percorso matrimoniale, per così dire. Non crucciatevi, riporterò a Mahati che lo anelate talmente tanto da piatirlo nel mondo onirico. Provvederà ad accontentarvi.»
«Finite sempre per buttarla sul sesso! Non è così!»
Rhenn si era limitato a rivolgerle un sorriso scaltro e sprezzante.
«Davvero? In stato di incoscienza perdete il controllo diretto delle vostre emozioni e annullate ogni inibizione dovuta alla vostra sciocca morale Salki. Il vostro corpo è più sincero di voi. Non vi sentireste tanto vilipesa, se ammetteste che non c’è nulla di male nel volere un uomo. Soprattutto se si tratta del vostro fidanzato.»
«Non è il modo in cui desidero…»
«E a proposito di bisogni primari» l’aveva interrotta lui «Ho fame. Aiutatemi a cercare una lancia o un arco. Non sono uno che supplica per un misero pasto.»
 
L’Ojikumaar mostrò la preda inerte e la ragazza annuì, indecisa se complimentarsi per il tiro magistrale o se sentirsi male per l’impressione che le aveva fatto.
«Non starete per svenire? Siete impallidita» la stuzzicò lui.
«Non ho mai assistito a una scena come questa.»
«Però mangiate carne. Il vostro raccapriccio contiene dell’ipocrisia.»
«Oh. Avete ragione.»
Rhenn si stupì per la remissività della replica, ma rincarò comunque la dose.
«Come in questo ambito, così in altri meno evidenti. Rifletteteci.»
«Sì, lo farò. Tanto più che ho la netta sensazione che non abbiate battuto ciglio alla prospettiva di attraversare l’Haiflamur per fornirmi un insegnamento aggiuntivo, non inerente all’asheat. Qualcosa che ritenete indispensabile. Avete un modo tutto vostro per rimediare alla mia inadeguatezza. Ditemi se sono in errore.»
Rhenn ammirò la sua capacità di ammettere una necessità. La Salki voleva imparare, lo aveva garantito e lo stava realizzando. Nonostante i metodi poco ortodossi che lui le imponeva.
«Vi sembro il tipo?»
Yozora non trattenne l’ilarità a fronte della palese canzonatura.
«Sarà così per i prossimi sei giorni?»
«Vi dispiacerebbe?»
«No. La vostra compagnia è gradevole, anche se talora è necessario smussare gli aculei troppo pronunciati.»
«Parlate dei vostri, vero?»
«Ovviamente.»
Tornarono a guardarsi negli occhi con un senso di liberazione: lei persuasa di non aver mancato di rispetto né a se stessa né al clan di cui sarebbe presto divenuta parte, lui conscio che relazionarsi con una persona che non si atteneva per inerzia le regole Khai gli avrebbe portato beneficio. Aveva affermato che un sovrano non ha amici e così era stato nella sua vita sino a quel momento. Era forse destino che tale ruolo spettasse alla sfacciata ragazzina straniera? Ne sarebbe stata all’altezza, ma era necessario guidarla in quel mondo spietato.
«Quindi ho sbagliato a condurre Delzhar.»
«Come dite?»
Rhenn si godette l’espressione stranita di lei, poi portò due dita alle labbra. Emise un fischio che stracciò l’aria scaldata dal primo sole e attese, osservando il cielo che acquisiva il suo colore zafferano.
L’ombra gigantesca di un vradak oscurò per un attimo il circostante: il predatore alato compì due cerchi in spirale discendente e atterrò poco oltre il recinto del tempio, scrollando le piume e fissando il suo padrone con indomita fierezza.
«Voi…» balbettò Yozora «Voi dal principio… oh, siete incredibile!»
«In realtà no, ho scommesso con me stesso che non avreste retto mezza giornata, invece mi sono dovuto ricredere. E siccome ho perso, come penitenza spennerò questo volatile e lo farò arrosto. Vi pare equo?»
«Avete cercato di demolire il mio morale con la prospettiva di un viaggio estenuante, sperando che cedessi mentalmente per trarne soddisfazione e costringermi a montare sul vostro vradak per la disperazione?!»
«Nulla di tanto elaborato. Siete stata voi a insistere per i cavalli, io ho esposto la verità: il deserto è insidioso e ne avete avuto esperienza. Ora accondiscendo ai vostri complimenti sul piacere di avermi come compagno in mezzo alla sabbia per una settimana. Non ditemi che siete scontenta perché vi sto prestando ascolto!»
La principessa sbarrò gli occhi, priva di repliche. Sapeva che in qualche modo le avrebbe ritorto contro ogni singola sillaba, ma non si aspettava un piano del genere. Lui allargò le braccia con aria innocente.
«Quanto a Delzhar, volete che lo rimandi a Mardan o avete cambiato idea?»
«Vorrei che vi rifilasse una beccata, ma presuppongo sia utopico!»
Rhenn ridacchiò alla sua reazione stizzita e si preparò a un nuovo contenzioso. Giusto per non annoiarsi mentre approntava la colazione. Invece lei sospirò e non rispose, ma gli riservò un sorriso incantevole.
«Insegnatemi ad accendere il fuoco per ora, la fretta è una cattiva consigliera.»
Il principe ricambiò con un’intensità che non aveva mai usato con nessuno.
 
La somma sacerdotessa rimase all’ombra discreta che il primo terrazzamento gettava sull’ingresso del tempio. Il velo beige posato sui riccioli ramati, un lungo abito drappeggiato sul fisico snello. Le vestali di Valarde schierate in silenzio al suo fianco si scambiarono occhiate incuriosite allo scorgere la profonda commozione che emanava dal suo sguardo.
«Mia signora?»
Lei sollevò la mano sottile. La sua voce suonò gentile ma inflessibile.
«Andate.»
Le altre abbassarono il capo con riguardo e rientrarono ordinate nell’edificio.
«Anche tu, Themin. La tua premura deve rivolgersi a chi invoca la dea nel momento del dolore. Io non corro alcun pericolo.»
Quest’ultima obbedì suo malgrado, allontanandosi mesta dal porticato.
La donna impiegò più di quanto avrebbe voluto per muovere il primo passo. Avanzò e si fermò, inspirando come se quel semplice movimento le stesse costando un’immane fatica. Uscì allo scoperto mentre il secondo sole bucava l’orizzonte.
L’erede al trono stava mostrando alla ragazza come innescare le fiamme e non risparmiava le osservazioni pungenti. Tuttavia c’era un calore palpabile nei suoi toni, le sue movenze erano prive di asprezza e il suo volto era sereno. Cercò di rammentare l’ultima volta in cui l’aveva visto così e l’immagine stinta di un bambino che incideva un chakde con il coltello balenò nella sua memoria. Un tuffo al cuore.
Scese per il crepidoma e si arrestò inquieta, posando lo sguardo sui suoi fluenti capelli d’argento, legati con un semplice nastro bianco e sul suo profilo di giovane guerriero. Ritrovò le forze.
«Eirhenn…»
 
Rhenn sobbalzò così forte che il legnetto con cui stava attizzando il fuoco gli sfuggì dalle dita. Yozora lo vide sbiancare e insieme accendersi di collera. Si voltò sorpresa nella direzione da cui era venuto il richiamo, schermandosi gli occhi con la mano.
La donna che aveva parlato dagli ultimi gradini della scalinata era slanciata, regale nel suo abito cerimoniale nocciola: era molto bella sebbene non più giovanissima e il suo viso niveo esprimeva trepidante aspettativa. Le sue iridi avevano la tinta vellutata delle viole a primavera ed erano identiche a…
Divinità immortali!
«Eirhenn» ripeté lei con profondo affetto.
Il principe si levò in piedi, trattenendo il fiume in piena che avvertiva fluire nelle vene.
«Vi ostinate a usare un nome che detesto!»
«Perché è quello che ho scelto.»
Yozora assistette sconcertata allo scambio. Tradusse l’appellativo a grandi linee, perché non poteva leggere i segni che lo componevano: portatore di pace. Immaginò che per l’Ojikumaar risultasse di pessimo auspicio e capì la sua reazione infastidita. Per lo stesso motivo esitò, domandandosi se il suo intuito le avesse inviato la soluzione corretta sull’identità della somma sacerdotessa.
È impossibile che sia lei, che sia proprio qui…
Lui ringhiò qualcosa tra i denti e prese a ripulirsi i pantaloni dalla cenere con evidente irrequietezza. Poi le lanciò un’occhiata inquisitoria, come a valutare se compiere le opportune presentazioni o trascinarla lontano da lì. La ragazza intuì che il disprezzo per la dea della Montagna era l’ultima delle ragioni per cui si era opposto con tanta veemenza alla tappa. Con probabilità Rhenn voleva evitare quell’incontro.
«Non intendo pagare lo scotto delle decisioni altrui» ribatté aspro.
«In questo assomigli a me» sorrise la donna.
«No. Io non sono mai fuggito.»
«Già. È ciò che intendo.»
Scese gli ultimi scalini e si avvicinò al principe, ignorando la sua espressione furente. Al confronto sembrò minuta e fragile nonostante il portamento fiero. Allungò la mano e gli sfiorò la guancia con una carezza. Lui strinse i pugni fino a farsi sbiancare le nocche e si immobilizzò, un inverno che si sforzava di restare freddo.
«Sei diventato un uomo, ōthysar…»
«Tsk, i vezzeggiativi distruggono la parvenza di galateo che sto esibendo. Mi avete rivisto, ditemi ciò che vi preme e tornate alle vostre suppliche!»
Lungi dall’offendersi, la sacerdotessa sorrise con levità.
«Non mi presenti la tua compagna di viaggio? Se parli di buona creanza, immagino che ricordi ancora quanto ti è stato insegnato.»
Rhenn sbarrò gli occhi e per un istante sembrò indeciso. Poi sospirò seccato.
«La principessa Yozora di Seera, secondogenita dei Salki, promessa sposa del Šarkumaar» mugugnò «Kalhar, avvicinatevi per conoscere la… ehm, mia… lei…»
La donna avanzò, cavandolo dal pesante imbarazzo.
«Sono Hamari. Sono sua madre.»
Yozora avvertì il battito accelerare e si inchinò con grazia davanti alla regina dei Khai. L’aveva trovata!
Il principe le impedì di inginocchiarsi, trattenendola per un braccio. A ben vedere nemmeno lui si era piegato, atto che era avvenuto invece difronte a Kaniša. Forse l’erede al trono era tenuto al solo ossequio del re, ma lei di certo era obbligata a riverire la sovrana del popolo vincitore.
«Alzatevi. Non ne ha diritto.»
Lo sguardo di Rhenn tagliava come una lama di ghiaccio. Yozora non comprese.
«Non occorre» ribadì Hamari garbata «Mio figlio allude al fatto che ho rinunciato al mio ruolo, ma io preferisco affermare che qui il rango non esiste.»
«Così per voi!» sbottò lui «Lo è sempre stato! Vi ricordo che siete sul suolo di Mardan alla presenza dell’erede del sangue! Che ora siete una donna qualunque e che il luogo che tanto adorate è tollerato per rispetto agli dei! Se non gradite che lo ribadisca, avreste dovuto riflettere sulle conseguenze, prima di abbandonare il trono! Perciò esponete la vostra richiesta e poi lasciatemi in pace!»
Yozora raggelò per la ruvidità delle parole dell’Ojikumaar: Hamari era sua madre, non si vedevano da anni e le era sembrato che, a loro modo, i principi ne sentissero la mancanza. Non era morta, anche se aveva compiuto una scelta estrema. Era viva, sebbene i figli si riferissero a lei come se non fosse più al mondo.
Mia madre, invece… la mia cara mamma riposa tra le braccia del divino Reshkigal. Se per una volta soltanto potessi rivederla e abbracciarla…
Avvertì un’ondata di collera, che ricacciò indietro ogni altra emozione. Si svincolò dalla stretta del giovane e gli prese il polso.
«Rhenn! A prescindere dalle vostre idee insensate su questo santuario, è vostra madre! Abbiate rispetto!»
«Non intromettetevi! Non vi riguarda!»
«Desidero conferire con la regina!»
«Accomodatevi! Impedirvelo equivarrebbe a un invito alla disobbedienza, così dovrei assegnarvi un castigo, giustificarlo con Mahati e ascoltare le vostre rimostranze fino a Shamdar! Me lo risparmio volentieri!»
«Esiste una regola che mi vieta di conoscere la mia futura nuora?
Hamari assunse un’aria sorpresa e lo stesso principe smise di sbraitare. Si passò le dita tra i capelli e inalò l’ossigeno quasi con avidità. Fece per ribattere, ma la regina lo bloccò: c’era dolore nei suoi occhi e per un attimo anche quelli di lui riverberarono la medesima sofferenza.
«Non qui, Eirhenn. Vi prego, entrate.»
 
 
Valarde era trionfante. Mai avrebbe creduto che un principe Khai si sarebbe avvicinato al suo santuario senza intenti distruttivi, tantomeno che sarebbe giunto davanti all’ara sacra rispettandola. Ma ciò che l’aveva impressionata era l’eco della preghiera imprevista che aveva attraversato la sua essenza immortale.
Quando la principessa Salki aveva espresso con generosità la sua richiesta, la dea della Montagna le aveva rivolto piena attenzione: era stato allora che aveva udito la voce interiore del primogenito Khai accettare che qualcuno intercedesse per lui presso un Superiore diverso da Belker. Aveva sentito scaturire dalla sua anima la medesima orazione, che si era intrecciata a quella della ragazza in un anelito che aveva superato l’orgoglio personale.
«Da non credere» borbottò fra sé.
«Ho avuto lo stesso pensiero.»
La dea si alzò di scatto, volgendosi all’interlocutore appena materializzatosi.
«Sommo Kalemi, la vostra visita è un privilegio immeritato.»
Il sovrano del pantheon si avvicinò con garbata urgenza.
«Niente formalità, Valarde. Siamo nella stessa squadra. Ho inteso entrambe le invocazioni di Yozora. Desidero confrontarmi con te.»
«Entrambe?»
«Si è rivolta anche a me, lo fa spesso poiché mi reputa il suo punto di riferimento. Mi ha chiesto all’incirca lo stesso, aggiungendo del suo.»
«Un erede per il principe dei demoni. Mh, sembra un appello privo di buonsenso.»
«Ne sei convinta?» sorrise Kalemi «Io lo definirei un’aspettativa.»
«Speri che il signore dei Khai venga al mondo dal seme di Rhenn? Troppo tardi se non arrestiamo le ambizioni del dio della Battaglia.»
«No. Spero che Belker perda il suo sostegno. Minore la fede in lui, minori i suoi poteri. È così per tutti, ma le brame umane lo riguardano molto più da vicino. Gli sono vitali.»
«Un’eccezione non è indicativa. Per il principe della corona la successione è di primaria importanza. Si sente sminuito, non si tratta di improvvisa devozione.»
«Può darsi. Ma se ragioni sulla vera anomalia in quel mondo di fanatici della guerra, certo non ti viene in mente Rhenn.»
«Yozora?»
«Sì. È stata in grado di farsi ascoltare. Lo ha persino spinto a domandare.»
Valarde sospirò ansiosa.
«C’è così tanto amore in lei. Temo per la sua vita, che più che un modello si tramuti in una vittima. Cosa accadrebbe se i Khai si sentissero minacciati?»
«Ha la mia protezione. Può sperare nella tua?»
«Senza dubbi. Ma siamo lontani e Belker laggiù è il più forte. Augurarsi che l’erede al trono gli volti le spalle sarebbe come augurargli la morte. E senza di lui nessuno veglierebbe sulla ragazza.»
«Ti dimentichi di Mahati. Lui la sposerà.»
«Oh, un giorno di lutto. Il secondogenito è l’assassino più devoto che Belker potesse trovare. Non avrai progetti su di lui?»
Kalemi scosse la testa, ma le sue labbra rosate si piegarono in un sorriso.
«Avresti scommesso su una storia d’amore tra mia sorella e il dio più violento e crudele del regno celeste?»
«No. Infatti è finita male.»
«Finita? Azalee non ha rinunciato.»
La dea spalancò gli occhi d’antracite e scosse la testa con disapprovazione.
«Ho una sola domanda, Valarde. Tu eri presente quando Kushan ha dannato la sua gente. Conosci tutta la vicenda, i retroscena e grazie alla tua benevolenza il frutto del suo sangue è venuto al mondo. Ritieni che esista un Khai in grado di provare una forma d’amore?»
Lei aggrottò la fronte, impegnata in una riflessione che non aveva mai compiuto. Cercò nella sua infinita memoria un indizio, una minuscola luce che potesse originare una risposta positiva.
«No» tranciò poi «Né ora né mai.»
Il signore degli Immortali acquisì l’informazione con disillusione.
«Allora abbiamo già perso.»
   
 
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