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Autore: Soul Mancini    25/11/2021    2 recensioni
3005 d.C.
La comunità LGBT, grazie alle più moderne tecnologie, ha potuto ritagliarsi uno spazio tutto per sé e vive indisturbata sulla Luna. È l’unica opzione che i ragazzi della nuova generazione conoscono: l’eterosessualità è un tabù di cui non si parla, ogni singolo aspetto della cultura è pensato perché l’amore omosessuale sia l’unico contemplato e accettato.
Joy è una ragazza di quasi diciott’anni che si sente diversa dagli altri, sbagliata nel mondo in cui è costretta a vivere. Davanti ai suoi amici e alla sua famiglia riesce a fingere, ma alla soglia della sua maggior età l’attende il temutissimo test nella Stanza degli Elettrodi, decisivo per il suo futuro: sarà degna di appartenere alla comunità omosessuale o verrà mandata in esilio sulla Terra, un pianeta su cui non è rimasto niente a causa di una terribile Esplosione?
Le leggi della società sono dure e Joy lo sa, è consapevole di non poter in alcun modo ingannare la scienza e sfuggire al suo destino.
Ed è consapevole che il suo cuore batte più forte quando si trova accanto a Stephen.
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Genere: Drammatico, Introspettivo | Stato: completa
Tipo di coppia: Het, Slash, FemSlash
Note: nessuna | Avvertimenti: Tematiche delicate
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Singhiozzi e grida riempivano la stanza, un turbinio di colori senza contorni occupava il mio campo visivo e si condensava in una macchia bianca. Non un vero colore, la tinta della vergogna.
Sentivo pungere nella mia testa, come se un miliardo di elettrodi fossero ancora conficcati nel mio cuoio capelluto.
Fu una spinta più forte delle altre a riscuotermi: Indi mi strattonava per la maglia e poi mi lasciava andare bruscamente nella speranza di vedermi perdere l’equilibrio, il volto distorto dalla rabbia e incrostato di lacrime.
“Pensavo che tu mi amassi! Sei una stronza, una traditrice… ti odio! Fai schifo, sei una vergogna per la nostra comunità! Come hai potuto ingannarmi così?” strillava istericamente, la sua voce acuta e robusta sembrava sul punto di far crollare le pareti della sala d’aspetto. Quelle stesse pareti che, un paio di mesi prima, avevano assistito a festeggiamenti, sorrisi e sguardi colmi d’orgoglio.
Rimasi inerme, gli occhi che si spostavano dal volto della mia ex ragazza al marchio che mi circondava il polso destro. Sembrava un bracciale candido, solo che sarebbe rimasto al suo posto per il resto della mia vita.
Sapevo già come sarebbe andata a finire, ma non per questo faceva meno male. Ero talmente stordita che non riuscivo nemmeno a proiettarmi nel futuro, non m’importava.
Mamma Lili e mamma Carol piangevano in un angolo, strette in un abbraccio doloroso nel tentativo di farsi forza a vicenda. Non sapevo se ad alimentare la loro disperazione fosse la delusione nei miei confronti e la consapevolezza che nel giro di una settimana mi avrebbero perso per sempre.
Jonas aveva lasciato la sala d’aspetto non appena avevo varcato la soglia col mio nuovo marchio sul polso, insieme a Destiny, Toyah e qualche altro amico che aveva partecipare a quella grottesca cerimonia. L’unico a essere rimasto lì era Stephen, che osservava impotente la furia di Indi.
“Non parli? Cos’hai da dire? Sei la persona peggiore che abbia mai abitato questo pianeta, meriti di marcire sulla Terra insieme a tutte le altre puttane come te!” gridò ancora lei, mollandomi un pugno all’altezza del seno destro.
Avvertii un dolore pungente e d’istinto mi ritrassi, andando a sbattere contro una poltroncina che mi stava alle spalle.
“Indi, calmati” intervenne Stephen, facendo un passo avanti e bloccando la ragazza per un braccio.
Lei si divincolò e gli mollò una gomitata. “Dovrei stare calma secondo te?! Sono stata per quasi due anni con un’etero del cazzo, mi sono illusa che potesse esserci un futuro per noi… io pensavo che mi amasse!” Si voltò nuovamente verso di me e tirò un altro pugno, stavolta diretto al volto; lo zigomo mi bruciò maledettamente e la vista mi si appannò. “Ti odio, hai capito? Sei una merda! Succhiacazzi, troia!”
Ci trovavamo in un luogo pubblico e Indi stava mettendo su una scenata che in qualsiasi altra circostanza sarebbe stata fermata e sanzionata, ma stavolta era diverso: era quasi legittimata a trattarmi in quel modo, lo meritavo, ero uno scarto della società. Nessuno sarebbe intervenuto per difendere un errore di percorso come me.
“Mi dispiace” biascicai, ma in realtà non mi dispiaceva affatto per averla ferita. Nemmeno lei mi aveva mai amato, lo sapevo bene, ma soprattutto non aveva mai fatto alcuno sforzo per capirmi. Io avevo semplicemente sperato di poter cambiare, di potermi correggere accanto a lei, ma Indi non era stata in grado di sortire quest’effetto su di me.
 
You didn't change me
You didn't think I needed changing
 
“È tutto quello che sai dire? Col tuo dispiacere mi ci pulisco il culo” continuò a sbraitare Indi, il mascara colato sulle guance e il viso ancora paonazzo di rabbia.
Una fitta allo stomaco mi colse impreparata, la vista mi si appannò e per un attimo temetti che sarei svenuta lì, in quell’istante. Avevo un viscerale bisogno di uscire, lasciarmi alle spalle quella che non potevo più considerare la mia gente e fumare una sigaretta.
Superai Indi, che intanto aveva preso a piangere disperata con le mani sul volto, e tirai dritto verso la porta che dava sul terrazzo. Poco prima di afferrare la maniglia però sentii una mano posarsi sul mio braccio sinistro; mi voltai di scatto e mi trovai davanti il viso di mamma Lili. I suoi lineamenti delicati erano distorti dal dolore, gli occhi celesti gonfi di pianto e i capelli biondi completamente sfatti e scarmigliati. Sembrava aver perso improvvisamente una decina d’anni, pareva più vecchia e sciupata.
Mi sorpresi del fatto che avesse avuto il coraggio di toccarmi, dal momento che rappresentavo il disonore della famiglia.
“Tesoro” mormorò con un filo di voce.
“Sono un mostro” ribattei io atona. Era un dato di fatto.
“Non mi importa: sei mia figlia” singhiozzò, prima di attirarmi a sé e stringermi in un abbraccio straziante.
Ero in una fase di shock talmente profonda che non riuscii a ricambiare né di piangere a mia volta, rimasi inerme a lasciarmi cullare tra le braccia di mia madre, a pensare che non meritavo quell’amore da parte sua. Non riuscivo nemmeno a immaginare come si sentisse in quel momento, mentre abbracciava la sua gioia e il suo dolore più grandi. Le sue lacrime piovevano tra i miei capelli, inondavano anche la mia pelle e io desiderai di morire lì, in quell’esatto istante, avvolta dall’ultima briciola d’affetto che avrei mai ricevuto nella vita.
Le concessi tutto il tempo di cui aveva bisogno, ma quando mi lasciò andare mi precipitai subito fuori ed estrassi il mio pacchetto di sigarette. Ne accesi una, presi una boccata di fumo e poi feci scorrere la punta incandescente a un millimetro dalla pelle del polso destro, dove campeggiava il mio nuovo bracciale terribilmente bianco.
Il bianco non era considerato un colore, non era niente, era del tutto rifiutato dalla nostra società. Così come il nero, che marchiava il polso dei ragazzi etero.
Sognavo di scacciarlo via, quel tatuaggio indelebile che mi aveva appena rovinato la vita. Magari se mi fossi bruciata la pelle abbastanza in profondità e avessi lasciato che una cicatrice mi attorniasse il polso, sarebbe scomparso.
Fumai, tossii, sollevai gli occhi al cielo e vidi la Terra che svettava sopra la mia testa, enorme e minacciosa. Se avessi potuto spiccare un salto e raggiungerla, mi sarei risparmiata la settimana di agonia prima della mia partenza ufficiale.
“Joy.”
Stephen. L’ultima persona con cui avrei voluto parlare in quel momento. Prima di uscire l’avevo visto cingere le spalle di Indi nel vano tentativo di consolarla, non pensavo che mi avrebbe seguito.
Non risposi.
“Lo sapevi?” Mi affiancò, ma nonostante ciò non mi voltai e continuai a fumare con i gomiti poggiati alla balaustra in cemento.
“Non ti faccio schifo?” borbottai in tono duro.
“Sono soltanto sconvolto, non so come… non me l’aspettavo. Questo significa che te ne andrai…” Era la prima volta che lo vedevo così in difficoltà con le parole.
“Sì. Non mancherò a nessuno.”
“Non è vero!” obiettò subito lui, la voce venata di qualcosa simile alla disperazione. Perché non mi odiava come tutti gli altri? “Lo sapevi?”
Mi morsi il labbro.
“Perché non mi hai detto niente?”
Mi faceva quasi tenerezza: nemmeno lui aveva capito niente di me, in fondo. Non gli era bastato essere il mio migliore amico per leggermi dentro – a nessuno era bastato, ero troppo diversa da tutti loro.
 
You didn't save me
You didn't think I needed saving
 
“Perché non me ne hai parlato? Avremmo lottato, avremmo fatto qualcosa per…” proseguì, ma io non ne potevo più.
Spinsi la punta del mozzicone sul polso destro, avvertendo un dolore atroce e bruciante che mi si conficcava fin nel cervello; forse questo mi avrebbe riscosso una volta per tutte.
“Joy! Che cazzo fai?”
“Lo vuoi capire o no che sono risultata negativa a questo fottuto test perché sono innamorata di te?!” strillai isterica, liberando tutte le lacrime che non avevo mai pianto e le verità a cui non avevo mai osato dar voce. Una pioggia calda mi inondò le guance; lasciai cadere la sigaretta oltre la balaustra e diedi le spalle a Stephen, sperando che dopo quella disgustosa dichiarazione mi lasciasse in pace. Tremavo, il polso mi bruciava in maniera lancinante e nonostante ciò volevo farmi del male, ancora e ancora.
Ma Stephen non se ne andava, avvertivo la sua presenza alle mie spalle. Non ne voleva sapere di lasciarmi singhiozzare in pace.
“Mi dispiace” mormorò infine. “È colpa mia.”
Ma che diavolo stava dicendo? Sapevamo entrambi che la peccatrice tra i due ero io.
Ebbi il coraggio di lanciargli uno sguardo con la coda dell’occhio e mi accorsi che aveva gli occhi lucidi. Non potei fare a meno di pensare che fosse di una bellezza senza eguali, così fragile e trasparente.
“Non puoi fare niente.”
“Avresti dovuto dirmelo prima, Joy.”
“E rovinare la nostra amicizia? Volevo goderne fino all’ultimo giorno.”
Lui mi sorprese, cingendomi i fianchi e attirandomi a sé per abbracciarmi forte. Mi fece posare il capo sulla sua spalla e mi carezzò piano una guancia umida di pianto, mentre le nostre lacrime cominciarono a fondersi.
Avrei voluto spingerlo via e andare a nascondermi in un angolo, perché dopo quella stretta sarebbe stato ancora più doloroso dirgli addio. Ci stavamo facendo del male a vicenda e lo sapevamo entrambi.
“Me l’hai detto tu qualche settimana fa, no? Non c’è nulla di sbagliato nell’amore, qualunque sia il suo oggetto. E quello che provi ai miei occhi ti rende ancora più nobile, Joy.”
Lo amavo. E, nonostante le devastanti conseguenze di quel sentimento, non me ne pentivo.
 
The skeletons I wanted to bury
You liked out in the light
 
 
 
Non avevo portato nulla con me, se non lo stretto necessario: avevo indossato la giacca in jeans che era appartenuta a Stephen, messo al collo il ciondolo d’oro che le mie mamme mi avevano regalato per i miei diciotto anni, con i nostri tre nomi incisi sopra, ed ero salita sul razzo che mi avrebbe portato via dalla Luna per sempre.
Ero riuscita a non piangere durante il momento dell’addio. Non che in molti si fossero premurati di venire a salutarmi per l’ultima volta: oltre alle mie madri – mamma Lili disperata e in lacrime, mamma Carol un po’ più distaccata e refrattaria per via dell’enorme delusione che le avevo dato –, solo Stephen mi era rimasto accanto fino alla fine.
Mentre lo guardavo in viso per l’ultima volta – quel bellissimo viso dai lineamenti marcati ma non troppo affilati, così armonioso che sarebbe potuto appartenere a un angelo – avevo pensato che ero stata estremamente fortunata ad averlo avuto nella mia vita e ad aver goduto della sua amicizia per tutti quegli anni. Era un ragazzo speciale, dotato di una sensibilità fuori dal comune e, nonostante fossi contro tutti i principi del suo mondo, se ci fosse stato un modo per salvarmi lui sicuramente l’avrebbe fatto.
Non lasciai trasparire e non raccontai a nessuno del dolore che provavo all’idea di andarmene e perdere tutto: mi sentivo svuotata, stordita, morta dentro.
Era il 22 giugno 3005.
Mentre guardavo fuori dal finestrino del razzo, dove un abisso scorreva tra la Luna e la Terra, cominciai a pensare forse per la prima volta a ciò che mi avrebbe atteso sul mio nuovo pianeta. Non ne sapevo molto, ero soltanto consapevole che della civiltà terrestre non fosse rimasto quasi niente e che tornare indietro era praticamente impossibile.
Inizialmente quei percorsi di correzione erano stati ideati, appunto, per correggere i circuiti neurali deputati all’orientamento sessuale, ma erano estremamente rari i casi in cui una persona negativa al test degli elettrodi potesse risultare positivo più avanti. Talmente rari che negli anni il Governo aveva deciso di tagliare i fondi per i controlli periodici sulla Terra, quindi le possibilità di tornare indietro erano state ridotte all’osso fino a scomparire. Da barlume di speranza, quel viaggio si era tramutato in un esilio senza ritorno.
Per la prima vera volta, dentro quella cabina immersa nella penombra dotata di ogni comfort, mi sentii davvero sola.
Serrai le palpebre fino a strizzarle con violenza e abbandonai il capo sul soffice schienale della mia postazione, sentendolo pesante per la miriade di pensieri che l’avevano affollato e continuavano ad affollarlo.
Nelle ultime due settimane non avevo chiuso occhio e improvvisamente un senso di spossatezza, misto alla più opprimente impotenza, mi si era abbattuto contro.
 
 
Camici bianchi, uno schermo luminoso che fendeva l’oscurità della stanza, un silenzio interrotto solo dal leggero ronzio dei macchinari.
Tanti piccoli aghi a pungermi il cuoio capelluto.
“Osserva attentamente queste immagini per diversi secondi. Rilassati e lasciati trasportare dalle sensazioni che ti danno.” Era una voce ostile a pronunciare quelle parole, lontana e vicina allo stesso tempo, quasi rimbombasse direttamente nella mia testa.
Attorno a me avvertivo delle presenze, ma un terrore paralizzante mi impediva anche solo di roteare gli occhi; allora li tenevo fissi sullo schermo, ora di un azzurro intenso che aveva la capacità di ipnotizzarmi.
Dentro le mie iridi cominciarono a scorrere delle immagini, dei volti: uomini e donne, in ordine casuale e dai diversi tratti. E poi altre parti del corpo: petti, seni, fianchi, vite, cosce.
Avevo il respiro corto, volevo smettere di guardare ma era come se il mio capo fosse stretto in una morsa – forse lo era davvero.
Nella mia testa le foto si susseguivano all’impazzata, allo stesso ritmo del cuore che picchiava impazzito contro la gabbia toracica.
Avevo le mani sudate.
Le orecchie in fiamme.
Ogni muscolo teso.
Qualcosa si faceva strada tra le mie cosce, una sensazione disgustosa e strisciante che voleva maciullarmi le viscere.
Davanti a me comparvero dei volti noti: quelli dei miei amici.
Il volto di Indi.
Il volto di Jonas.
Il volto di Stephen.
Fu in quel momento che smisi di respirare.
Una voce alle mie spalle ruppe il silenzio, poco più di un sussurro ma dalla potenza distruttiva di un’esplosione: “Qualcosa non va”.
 
 
 
Faceva caldo. Non si trattava solo di afa, ma di un bollore talmente bruciante che non appena misi piede al suolo venni colta da un capogiro. Mi strappai di dosso la giacca in jeans, ma ben presto compresi che non sarebbe bastato nemmeno spogliarmi del tutto per lenire quella sensazione soffocante.
A scuola ci avevano insegnato che prima dell’Esplosione la Terra era protetta dall’atmosfera, una stratificazione di gas che ne garantiva equilibrio termico e protezione dalle radiazioni solari; durante il trasloco sulla Luna si era cercato di emulare artificialmente questo sistema, in modo da rendere il pianeta un luogo vivibile.
Dopo l’Esplosione qualcosa era cambiato sulla Terra: una falla nella stratosfera aveva rotto gli equilibri e, nonostante il baricentro del problema si trovasse presso le vecchie Americhe, le ripercussioni si sentivano anche laddove la Terra era rimasta vagamente abitabile.
Il razzo era atterrato su un’enorme distesa sabbiosa e arida sulla quale non vi era traccia di vita vegetale: la polvere grigio-giallastra rifletteva fastidiosamente la luce del sole, feriva gli occhi e s’infiltrava nelle narici.
Tuttavia mi sorpresi nel notare che non eravamo soli.
Mentre l’astronauta si preparava a ripartire, un’orda di donne dalle diverse età raggiunse di corsa il monumentale mezzo bianco lucente. Cominciarono a bussare disperatamente sulla superficie del razzo per attirare l’attenzione della donna ai comandi; lo shuttle era stato preso d’assalto come succedeva alle serate importanti con le auto dei VIP.
Mi distanziai e osservai la scena con confusione: dopo qualche insistenza l’astronauta scese dal mezzo, protetta dalla sua tuta, e con fare schivo afferrò alcuni oggetti che la folla le tendeva.
Non sapevo come catalogare l’evento a cui stavo assistendo.
“È l’unico modo che abbiamo per sopravvivere.”
Colta alla sprovvista, sobbalzai e mi voltai di scatto. Una ragazza poco più bassa di me, dai fianchi larghi e i lunghi capelli castani e mossi, mi scrutava con una certa curiosità. Mi sentii subito in soggezione.
“Non appena un razzo atterra nei dintorni, facciamo delle richieste all’astronauta di turno affinché la prossima volta ci porti delle risorse dalla Luna. In teoria sarebbe illegale, ma insistiamo e impietosiamo tanto che alla fine ci accontentano. Non potremmo sperare di ricostruire un mondo civilizzato altrimenti.”
Rimasi colpita non tanto dalle parole che quella ragazza aveva detto, ma dal fervore con cui le aveva pronunciate e dalla luce che le illuminava le iridi color mogano. C’era qualcosa in lei che mi trasmetteva forza, determinazione, speranza.
Non sapevo bene come ribattere.
“Ehi, benvenuta all’inferno comunque” proseguì allora lei, tendendomi una mano. “Io sono Miracle. E non ridere: i miei padri non potevano scegliere nome peggiore per me!”
Non avrei riso comunque. Strinsi debolmente le sue dita e mi presentai: “Joy”.
Subito il mio sguardo corse al suo polso, dove campeggiava il tatuaggio identico al mio; un bracciale di un bianco cangiante, ancora più evidente sulla sua pelle arrossata.
Miracle sorrise amaramente. “Quello sta lì da quattro anni ormai.” Diede una rapida occhiata al mio marchio. “Invece vedo che tu hai cercato di eliminarlo. Beh, sappi che è impossibile, quello rimarrà lì qualsiasi cosa tu faccia” commentò, notando le piccole ustioni che mi ero causata con la sigaretta qualche giorno prima.
“Non credo cambi molto a questo punto” borbottai, guardandomi brevemente attorno.
“Senti… è pericoloso stare qua fuori durante il giorno, le radiazioni solari sono molto forti e la prolungata esposizione ci farà venire qualche tumore a lungo andare. In genere noi trascorriamo le giornate dentro.”
“Dentro?” mi lasciai sfuggire, sempre più perplessa. Ero atterrata nel bel mezzo del niente, dove avremmo potuto trovare riparo?
Solo affinando la vista mi resi conto che sulla linea dell’orizzonte si stagliava un complesso di strutture che non riuscii a identificare meglio, complice la lontananza.
Miracle annuì e cominciò ad avviarsi in quella direzione a passo svelto, facendo cenno di seguirla. “Ecco, quella che vedi là in fondo è Città del Capo… o meglio, sono i suoi resti. Un tempo è stata la capitale legislativa della Repubblica del Sudafrica ed è una delle pochissime costruzioni artificiali che l’Esplosione non ha del tutto spazzato via. Quando la comunità delle Bianche ha provato a rimettere insieme uno straccio di civiltà, è partita proprio dalle sue macerie. Adesso è il nostro epicentro, la nostra unica casa.”
“E tutte quelle persone? Non sono a rischio sotto il sole?” chiesi preoccupata, accennando al capannello di donne che ancora stazionava attorno al razzo.
“Ci seguiranno non appena avranno finito. Non c’è altra soluzione.”
Lungo il tragitto che ci separava da Città del Capo, Miracle non smise per un attimo di parlare: mi spiegò, senza neanche attendere che glielo chiedessi, il modo in cui si viveva in quel luogo e come le ragazze approdate sulla Terra cercavano di sopravvivere. Mi rassicurò sul fatto che sul pianeta luce e ombra si alternavano ogni giorno, quindi si aveva la possibilità di uscire e svolgere qualsiasi attività durante la notte; raccontò di come, attraverso dei favori chiesti alle astronaute di passaggio, la comunità fosse riuscita a costruire delle piccole serre e degli spazi al coperto in cui colture e bestiame potessero crescere lontani dalle dirette radiazioni solari, che ne avrebbero altrimenti stroncato la vita. Era così che si nutrivano, anche se il loro sistema di protezione era abbastanza rudimentale e ciò che ricavavano da agricoltura e allevamento era appena sufficiente per la sopravvivenza.
“Gli animali si ammalano, le piante muoiono e anche noi facciamo la stessa fine. Il cibo che mangiamo non è sano, ma è tutto ciò che abbiamo. Da una settantina d’anni a questa parte è stato inaugurato pure uno studio medico e scientifico in cui le più colte ed esperte in materia conducono degli studi sul problema, quantomeno per provare ad arginarlo e cercare delle potenziali cure per noi.”
Era pazzesco: ero arrivata da poco meno di mezz’ora e avevo subito trovato qualcuno pronto ad accogliermi e a spiegarmi le regole di quel nuovo mondo. Mi domandai più volte come mai Miracle fosse tanto gentile con me, che risultavo così fredda e chiusa nel mio ostinato silenzio, ma non le posi il quesito.
Una volta giunte presso la vecchia Città del Capo, mi resi conto che si trattava di un assembramento di bassi edifici, alcuni in parte crollati, altri restaurati alla bell’e meglio con ciò che il territorio offriva – macerie, rovine, resti di qualcosa che in passato era stato molto più grande.
Le strade polverose, sterrate e disseminate di calcinacci erano deserte; un’afa soffocante si sprigionava dal suolo, talmente intensa da far bruciare gli occhi. Tentai comunque di tenerli aperti ed esaminare il più possibile quel luogo spettrale e devastato, avvolto dal silenzio e da un’immobilità assoluti, spaventosi. Venni colta da un moto di repulsione e contemporaneamente da una profonda tristezza.
Dopo una breve camminata, arrivammo presso un edificio che a me pareva uguale a tutti gli altri e Miracle bussò a un’approssimativa porta in legno per annunciare il suo arrivo, poi si voltò verso di me con fare complice. “Io vivo nella casa di Annie. È un po’ piccola, ma sono sicura che staremo comode anche in tre.”
Entrammo e io ebbi fin da subito la sensazione di essere un’intrusa. Le finestre erano ovviamente oscurate e sbarrate con dei pannelli in legno, così i miei occhi dovettero abituarsi alla penombra prima di scorgere qualcosa dell’angusto ambiente. Non c’era molto da vedere in realtà: una ragazza dai capelli lisci e scuri stava seduta attorno a quello che somigliava a un tavolo ed era intenta in qualche attività che non riuscivo a identificare – forse cuciva.
“Ehi Annie, c’è un nuovo arrivo!” annunciò a gran voce Miracle.
Lei sollevò il capo e mi scrutò per un istante, per poi sorridermi dolcemente e alzarsi per potersi presentare. “Io sono Annie, una delle veterane: mi trovo qui da undici anni. Benvenuta a casa, sarò felicissima di accoglierti” esordì con un tono di voce basso e calmo, quasi rassicurante.
Per la prima volta da quando avevo lasciato la Luna mi sentii un po’ meglio. C’era qualcosa in Annie, nel modo sicuro con cui mi stringeva la mano e nella dolcezza che lessi dentro i suoi occhi, che sapeva di famiglia.
Biascicai il mio nome, sempre più frastornata, poi aggiunsi: “Non vorrei essere di disturbo”.
Annie scosse il capo. “Tutti hanno bisogno di una casa e, in una situazione complicata come la nostra, chi ne ha una la apre al prossimo. Siamo felici di averti nella nostra famiglia e nella nostra comunità.”
“Questa sarà la tua postazione, accanto alla mia!” esclamò Miracle, che intanto era già schizzata dall’altra parte della stanza e indicava un piccolo spazio vuoto accanto a uno spoglio giaciglio. “Non abbiamo un letto, ma dopo il tramonto penseremo anche a questo. Intanto se vuoi riposarti puoi prendere il mio: immagino che sarai esausta dopo il viaggio.”
Effettivamente sentivo le gambe cedere, avevo bisogno di sedermi. Le rivolsi un’occhiata grata e presi posto su quel letto improvvisato per niente comodo, ma più accogliente di qualsiasi materasso avessi mai provato.
Miracle mi sorrise in una maniera così genuina e sincera che un nodo mi si formò in gola.
Adesso capivo come mai era stata così gentile fin dall’inizio: per quanto calpestate, esiliate e costrette a una tortura disumana, tra le donne della Terra Bianca vigeva una solidarietà che le legava nel profondo. Non era il cibo scarso o il riparo dalle radiazioni a garantire loro la sopravvivenza, ma la forza e la determinazione che nasceva dalla loro unione.
E io ora facevo parte del loro mondo.
 
 
 
“Come mai sei qui, Joy?”
L’improvvisa domanda di Miracle mi fece sobbalzare e abbassai istintivamente lo sguardo sul modesto pasto che avevo nel piatto: verdure rachitiche e dal colorito biancastro.
Io, lei e Annie sedevamo al tavolo per quella che poteva considerarsi una cena – non sapevo bene in quale parte della giornata ci trovassimo, ma mi avevano detto che a breve il sole sarebbe tramontato.
“Beh… sono risultata negativa al test degli Elettrodi” bofonchiai in imbarazzo.
Da quando ero giunta sulla Terra, il giorno precedente, non avevo parlato granché e non avevo raccontato nulla alle mie nuove coinquiline; ero ancora troppo scossa e stordita da quel nuovo presente.
“Questo era ovvio. Voglio dire… sapevi già di essere etero o è stata una sorpresa?” proseguì Miracle.
“Smettila” la rimproverò Annie a mezza voce, carpendo il mio disagio.
“Io per esempio” riprese la più giovane, mandando giù un boccone, “non mi sono innamorata di un ragazzo, però da adolescente ho cominciato a interessarmi al cinema pre-Esplosione e sono andata a cercare del materiale a riguardo, negli archivi online illegali ovviamente. Hai mai fatto caso al fatto che in tv o al cinema si trovano solo storie con delle coppie omosessuali?”
Annuii: certo che ci avevo fatto caso, era una delle tante strategie che la società metteva in atto per inculcare l’omosessualità come unica opzione.
“Ovviamente i film prodotti sulla Terra non vengono diffusi e trasmessi, nonostante ne esistano a milioni. È stato proprio informandomi sull’argomento che ho scoperto questo diverso modo di amare e mi ci sono riconosciuta. Fino ad allora sentivo di avere qualcosa di diverso dagli altri, ma non riuscivo a capire di cosa si trattasse perché ero totalmente ignorante sull’eterosessualità.”
“Un’intera fetta di arte ci è stata negata solo perché non conforme alle convenzioni” commentai, rendendomi conto solo in quel momento della gravità della situazione.
Miracle si batté una mano sulla fronte. “Lasciamo perdere…”
“Io ho avuto una vera storia d’amore prima di essere portata qui” intervenne Annie. I suoi occhi nocciola, solitamente sereni e capaci di infondere calma, si erano velati di malinconia. “Mi sono innamorata di un ragazzo, Aiden, e lui si è innamorato di me; abbiamo vissuto clandestinamente la nostra relazione per un anno e mezzo, siamo riusciti a non farci scoprire e abbiamo cercato di godere di ogni momento, consapevoli che al nostro diciottesimo compleanno saremmo stati divisi.”
“Wow.” Ammiravo sinceramente il loro coraggio e la loro scelta, lei e il suo amato avevano sfidato la sorte pur di vivere il loro amore.
“Pochi giorni prima del mio test nella Stanza degli Elettrodi venne fuori che ero incinta.” Annie serrò per un attimo le palpebre, la sua voce era venata di un dolore che non credevo potesse appartenerle. “Non poteva che essere il frutto di un’unione tra un uomo e una donna. Dovetti rivelare il nome del padre – l’avrebbero comunque scoperto tramite il test del DNA – e mi costrinsero ad abortire, prima di caricarmi su un razzo il più in fretta possibile. Non hanno nemmeno concesso a me e Aiden un ultimo saluto. E mio figlio… li ho supplicati in ginocchio di lasciarmi tenere il bambino, che già amavo con tutta me stessa: cresceva dentro me, era il frutto di un amore sincero, era tutto ciò che mi rimaneva di Aiden. Ma non me lo permisero.” La voce di Annie era intrisa di sofferenza, le sue iridi ne erano colme.
Strinsi i pugni, indignata per il trattamento che era stato riservato a quella povera ragazza. A diciott’anni si era ritrovata a perdere tutto: la famiglia, la sua vecchia vita, un amore vero e soprattutto un figlio, il dono più grande che un essere umano potesse ricevere. Non esistevano parole per commentare un gesto tanto disgustoso.
Nessuna di noi osò aggiungere altro, così trascorsero alcuni pesanti secondi di silenzio nell’attesa che Annie si ricomponesse. Fu proprio lei a rivolgersi a me, riacquistando il solito tono dolce e tranquillo: “Se ti va, Joy, puoi raccontare anche tu la tua storia”.
Presi un profondo respiro e parlai di Stephen, della nostra amicizia che era andata avanti per nove anni, della sua relazione con Jonas e della mia con Indi. Non entrai nei dettagli – in parte perché non era da me, in parte perché rivangare quei ricordi così recenti e vividi era estremamente doloroso – ma mi venne spontaneo aprirmi con quelle ragazze che avevano appena messo a nudo una parte importante di loro.
“Indi doveva essere un tantino stupida per non capire che ti faceva schifo” commentò Miracle con una risata.
Mi ritrovai a sorridere. “Non credo le importasse poi tanto, voleva semplicemente la sua felicità e se la prendeva.”
Davanti agli occhi mi scorrevano, come in un film, i ricordi di tutti i suoi baci che per me erano stati soltanto un incubo e di tutti i momenti che mi ero costretta a vivere con lei perché la mia copertura risultasse credibile.
Mi costava ammetterlo, ma ora che mi trovavo lontana da tutto e tutti mi mancava perfino Indi e il suo essere inopportuna.
“Ehi, se non ti va di parlarne non devi sentirti costretta” mi rassicurò Annie, probabilmente leggendo la nostalgia nei miei occhi.
“È normale che le persone che mi hanno ripudiato adesso mi manchino?” buttai fuori tutto d’un fiato, mordicchiandomi un labbro. In diciott’anni non ero mai stata abituata a parlare delle mie emozioni, ma ora sentivo la necessità di esternarle; erano un carico troppo pesante e intricato da gestire.
“Succede a tutte nel primo periodo. È normale sentirsi perse, in fondo è come cominciare a vivere un’altra vita. Ma a lungo andare, quando comincerai a prendere dimestichezza con questo mondo, ti ritroverai perfino a provare disprezzo per il tuo passato. A essere del tutto sincera, non tornerei sulla Luna nemmeno se mi pagassero” ribatté Miracle con una certa sicurezza.
Mi pareva un’assurdità: certo, anche io serbavo una certa rabbia verso la comunità omosessuale, ma avrei dato qualsiasi cosa pur di lasciare quel luogo infernale che era la Terra Bianca.
“Perché mi guardi così?” si incuriosì, piegando appena il capo di lato.
“Preferisci rimanere sulla Terra?”
“Certo! Come potrei preferire quel covo di criminali? Diciamoci la verità: la Terra Bianca è una merda, ma ciò che noi abbiamo costruito sopra queste macerie è autentico, vero, pieno d’amore. Io sono estremamente orgogliosa di questo marchio,” sollevò il polso destro e il suo tatuaggio bianco brillò nella penombra, “perché rappresenta ciò che sono, la comunità in cui mi identifico. Una comunità non esclusiva, basata sull’uguaglianza e la libertà di amare, una comunità che combatte per costruirsi un futuro nonostante gliel’abbiano negato.”
Ancora una volta rimasi spiazzata dalla determinazione che Miracle era in grado di trasmettere con le sue parole: credeva in ogni singolo concetto che esprimeva, nei suoi grandi occhi si leggeva chiaramente l’amore e la devozione che provava verso quella gente che le aveva salvato la vita e donato un barlume di speranza a cui aggrapparsi.
Ero affascinata. Chissà se un giorno avrei provato gli stessi suoi sentimenti.
Non mi sfuggì comunque il sospiro quasi rassegnato di Annie. Come se tutto quell’idealismo non le fosse mai appartenuto o le fosse già scivolato via.
“Ma qui si muore per via della fame, degli stenti e delle radiazioni” trovai il coraggio di obiettare.
Il viso di Miracle – pareva quello di un’attrice, era bellissimo ma in modo molto più autentico rispetto alle ragazze che avevo conosciuto fino ad allora – si fece ancora più serio e lei si tirò indietro i capelli. “Tutti moriamo prima o poi, questo non mi spaventa. Ciò che mi fa veramente paura è l’idea di vivere in una società che ci tratta come delle appestate semplicemente perché amiamo. Io non voglio più nascondermi, non voglio far parte di questo… perché io non sono questo.”
Qualcosa di nuovo ed elettrizzante mi attraversò il corpo, qualcosa che mi fece sentire forte come non lo ero mai stata: senso di appartenenza.
Miracle aveva ragione. In lei mi rispecchiavo, le sue parole erano i pensieri che da sempre mi avevano affollato la testa, la sua voglia di reagire e lottare era la stessa che avevo represso per anni.
Sollevai la mano destra in aria, osservai il mio bracciale bianco brillante e sorrisi. Ero ancora spaventata, ma mi sentii a casa.
“Cosa posso fare per aiutare la comunità?” domandai.
Da quel che avevo capito, ognuna ricopriva un ruolo in quel bizzarro mondo: c’era chi metteva a disposizione le sue conoscenze per la medicina e gli studi scientifici, chi si impegnava a mantener viva la Storia della Terra, chi si occupava della produzione e la distribuzione del cibo, chi – come Annie – si occupava di assistenza per persone in difficoltà e piccole faccende quotidiane. Era un continuo scambio, un perenne aiutarsi.
“Quali campi ti interessano maggiormente?” si informò la padrona di casa.
Scrollai le spalle. “Ho sempre amato la Storia e non mi dispiaceva nemmeno la Biologia, ma non mi sento portata per fare il medico.”
Le due ragazze si scambiarono uno sguardo complice.
“Hai studiato anche Storia della Terra?” si informò Annie.
Annuii. “Ho letto molti libri sull’Esplosione e sul periodo che l’ha preceduta.”
“Quindi conosci bene anche la geografia del pianeta?”
Assentii nuovamente col capo. Erano argomenti che mi avevano sempre affascinato.
La più giovane si aprì in un sorriso e si sporse verso di me con fare complice. “Potresti partecipare al nostro studio più ambizioso.”
Inarcai un sopracciglio, confusa.
“Da qualche anno un gruppo di donne ha deciso di imbarcarsi in un progetto ambizioso: trovare un modo per raggiungere la Terra Nera. Molti territori tra il Sudafrica e la Scandinavia sono stati distrutti e non sappiamo con certezza cosa ne sia rimasto; il loro compito è scoprirlo. Riunirci agli uomini rappresenterebbe una speranza per la nostra sopravvivenza: potremmo riprodurci e sperare che l’evoluzione faccia il suo corso, conferendo ai nostri posteri l’immunità alle radiazioni.”
“È rischioso, non è certo che funzioni, ma le nostre ragazze sono determinate ed è l’unica briciola di futuro in cui possiamo credere.” Mentre pronunciava quelle parole, gli occhi di Annie brillavano.
Sapevo a cosa stava pensando, riconoscevo le emozioni di chi come me aveva vissuto sulla pelle un amore intenso: non aveva mai perso la speranza di ritrovare Aiden.
Era una follia. Ma la prospettiva di poter almeno tentare, di cambiare il destino che ci era toccato in sorte, mi rinvigorì e mi fece sentire potente. Per la prima volta potevo essere qualcuno, fare qualcosa, non lasciarmi trasportare dal corso degli eventi.
“Voglio partecipare” dichiarai, la voce ferma e sicura come non lo era mai stata.
Miracle si alzò. “Stanotte ti presento le altre ragazze.”
Fuori dalla nostra dimora il sole era ormai tramontato e per le strade si propagava il vociare della città che si risvegliava e usciva allo scoperto, di una comunità che non si fermava e che la voce non l’avrebbe mai abbassata.
Era giunto anche per me il momento di uscire.
Era giunto il momento di tornare a vivere.
O forse, addirittura, di vivere per la prima volta.
 
You didn't change me
You didn't think I needed changing […]
Lucky for me
Your kind of heaven's been to hell and back
To hell and back


 
 
 
Il tramonto mi feriva gli occhi con la sua luce dorata, davanti alla quale si stagliava la figura di Stephen.
Era bello, di una bellezza mozzafiato. I suoi capelli castano chiaro assumevano una tonalità quasi bionda, i raggi tiepidi rendevano il suo viso più dolce, quasi fanciullesco. E i suoi occhi verdi e luminosi erano tutti per me.
Io piangevo, il volto sepolto fra le mani.
“Joy. Che c’è?” Si accostò a me, avvertii il suo tocco gentile su una spalla e poi le sue braccia che mi cingevano i fianchi. La sua vicinanza mi fece tremare da capo a piedi, mi sarei voluta abbandonare contro il suo corpo ma c’era qualcosa di sbagliato in tutto ciò.
“Non dovresti essere qui” mormorai tra i singhiozzi.
Le sue dita affusolate cercarono il mio viso, mi accarezzarono piano la fronte e scacciarono le ciocche della mia frangia. “Perché?” sussurrò dolcemente al mio orecchio. Era sempre così delicato nei miei confronti.
“Perché ti amo.”
Lui mi strinse più forte a sé, prese a carezzarmi la schiena e mi posò un rispettoso bacio sulla fronte. “Joy, questo non è un male, non è un difetto. A me non importa, tu sei speciale e vai bene così come sei.
Serrai gli occhi e mi aggrappai a lui per sentirlo vicino, ancora e ancora. Volevo dirgli di non lasciarmi mai più e tantissime altre cose, ma le parole vennero soffocate dai singhiozzi.
Stephen mi lasciò un tenero bacio tra i capelli, poi uno sulla guancia. Sentivo il suo respiro sulla pelle, le sue mani che si posavano sul mio corpo con una cura e un rispetto che appartenevano solo a lui.
Solo a lui…
 
 
Mi svegliai in un bagno di sudore, ma ben presto mi resi conto delle gocce bollenti che mi scorrevano sulle guance.
Joy, questo non è un male, non è un difetto. A me non importa, tu sei speciale e vai bene così come sei.
Quelle parole non appartenevano soltanto a un sogno. Stephen le aveva pronunciate davvero, solo che aveva dieci anni, ci eravamo conosciuti da poco e io ero abbattuta perché tutti mi additavano come secchiona e mi prendevano in giro.
Fin dal primo giorno, dalla più piccola difficoltà alla più grande tragedia, Stephen c’era stato. Nessuno mi aveva amato e capito come lui, nessuno aveva avuto una perseveranza tale da leggermi dentro, da cogliere ogni sfumatura del mio mondo. Mi si era annidato nel cuore pian piano e non rappresentava soltanto l’uomo che amavo, ma la persona più importante della mia esistenza. In tutti i sensi.
 
I wonder how you treasure
What anyone would call a flaw
 
Ormai le lacrime scorrevano senza tregua sul mio viso, i singhiozzi mi scuotevano il petto e io sentivo il cuore allo stesso tempo più leggero e più pesante.
Sapevo di non essere sola, volevo fermarmi ma non ci riuscivo.
“Ehi.” Un sussurro esplose accanto al mio orecchio. D’un tratto venni avvolta dal calore di una presenza al mio fianco e mi sentii stringere forte in un abbraccio.
Si trattava di Miracle.
Seppellii il viso nella sua spalla, presi a torturare una ciocca dei suoi capelli e continuai a singhiozzare disperata.
“Joy… hai fatto un incubo?” bisbigliò con una dolcezza inedita. Il modo in cui mi cullava e mi carezzava era quasi materno, tanto tenero da spezzarmi il cuore.
“Stephen… mi manca” riuscii a farfugliare tra i singulti.
Mi mancava da morire, la sua assenza mi toglieva il respiro.
Mentre lui proseguiva con la sua vita, si dimenticava di me, si dedicava a Jonas.
Lei mi abbracciò più forte e mi fece posare la testa sulla sua spalla. “Tesoro, mi dispiace così tanto…”
Non poteva fare niente, se non assorbire tutte le lacrime che le riversavo addosso – per quanto tempo le avevo trattenute?
Era tutto così ingiusto. Per rivederlo, anche solo per un minuto, avrei perfino accettato di non amarlo più, di tornare con Indi, di essere attratta dalle ragazze. Se solo avessi potuto decidere chi amare…
“Magari… magari un giorno troveremo un modo. Una soluzione anche per questo” mormorò Miracle mentre mi carezzava una guancia.
Nessuna delle due ci credeva, ma entrambe ci speravamo.
E forse Stephen avrebbe lottato per me.
Forse quel filo invisibile che ci legava era lungo abbastanza da unire la Terra e la Luna.
 
You didn't save me
You didn't think I needed saving


 
 
 
 
 
 
♣♣♣
 
 
E siamo alla fine di questa folle storia, mio primissimo esperimento per quanto riguarda la fantascienza ^^
Non so nemmeno io cosa esattamente mi sia preso, forse l’acqua che bevo ogni giorno contiene qualche droga (?), ma ho cercato di dare un senso e una logica a questa strana idea che ho partorito un paio di mesi fa.
Prima di passare alle varie spiegazioni devo necessariamente ringraziare due persone: Kim, che è stata fondamentale per la nascita della storia e grazie al suo incoraggiamento l’ho portata a termine, e Koopa, giudice del contest che ha contribuito con i suoi pacchetti a ispirare questa follia. Senza di loro probabilmente non mi sarei mai imbarcata in un esperimento così folle!
Se il risultato finale è accettabile o meno, starà a voi decretarlo: non sono affatto esperta di fantascienza, quindi se ho scritto una schifezza perdonatemi ^^
Bene! Da dove cominciare?
In primo luogo spero che la storia non risulti offensiva in alcun modo: ho voluto creare questo universo distopico (esperti della fantascienza: è un universo distopico o me lo sto inventando? XD) senza nessuna intenzione di criticare alcuna categoria nello specifico: io sono con Joy, contro le discriminazioni di alcun tipo! Mi intrigava però creare un mondo dove fosse tutto al contrario, dove l’omosessualità è la normalità e l’eterosessualità non è vista di buon occhio, dove tutto ciò che ci sembra normale è invece visto come strano, dove si manifesta e si lotta per i diritti inversi a quelli per cui lottiamo oggi.
Ho sfiorato anche il tema dell’autoghettizzazione (estremizzato all’ennesima potenza), che mi sta molto a cuore, e ovviamente quello dell’eccesso di potere. Capita sempre così nella storia dell’umanità: una fetta del popolo combatte per ottenere qualcosa, ma quando ne esce vincitore e acquisisce un certo potere la situazione degenera. Tante volte si è vista una democrazia diventare dittatura, questo perché il potere dà alla testa agli esseri umani… e ho immaginato che in una situazione del genere potesse capitare la stessa cosa.
Un altro capovolgimento che spero si sia notato è quello riferito alla denominazione dei territori vivibili: non è un caso che io abbia chiamato Terra Bianca un Paese appartenente all’Africa e Terra Nera uno appartenente all’Europa settentrionale ^^
Un piccolo appunto sulla bandiera arcobaleno e la comunità LGBT: so che sono stati aggiunti diversi colori rispetto ai classici sette e che sotto l’acronimo sono oggi raccolte altre categorie, ma ho voluto fare affidamento all’organizzazione più “basica” della comunità perché ho immaginato che dei dati più “concreti” e consolidati nel tempo avessero maggior possibilità di passare alla storia. Cosa succederà nel futuro e se verranno apportate altre modifiche, non lo posso sapere XD
Passando ad alcune piccole annotazioni astrologiche: quando Joy dice che può assistere all’alba e al tramonto solo qualche volta al mese, si riferisce al fatto che effettivamente un giorno lunare corrisponde a 29,5 giorni terrestri (quasi un mese); metà di questo periodo è di ombra, mentre l’altra metà di luce. Le differenze di temperatura sulla Luna sono date principalmente da questo alternarsi di sole e buio, anche considerando che le stagioni sono pressoché inesistenti.
Per quanto riguarda l’anno (da quel che mi è parso di capire, ma non prendete queste informazioni per oro colato perché potrei sbagliarmi) la Luna, essendo un satellite della Terra, non ha un vero e proprio anno basato sulla sua rivoluzione intorno al Sole. Ho così pensato di mantenere lo stesso sistema che utilizziamo sulla Terra (è pur sempre una civiltà di terrestri che poi si sono trasferiti).
(VI PREGO ASTROLOGI NON PICCHIATEMI)
Passando all’atmosfera terrestre: è divisa in diversi strati che si differenziano in base alla concentrazione di gas a diverse “altitudini” rispetto alla superficie terrestre. Per farla breve: tra questi vi è la stratosfera, che include un’alta percentuale di ozono. Quest’ultimo è il gas deputato all’assorbimento delle radiazioni solari che altrimenti colpirebbero la Terra e la renderebbero un luogo inospitale. Ovviamente se sulla Terra c’è stata un’Esplosione, dovrà pur aver rotto qualche equilibrio.
È vero che le radiazioni solari possono causare dei tumori e anche dei seri problemi agli occhi; ovviamente in una situazione del genere questi problemi si acutizzerebbero.
Il famoso test nella Stanza degli Elettrodi è la trasposizione fantascientifica di qualcosa che esiste già: esistono tanti test psicologici e neurologici che tramite degli elettrodi misurano l’attività cerebrale di un individuo quando è esposto a determinati stimoli. Non so se ne esista già uno per determinare l’orientamento sessuale, io non ne ho mai sentito parlare.
Le varie soluzioni che gli abitanti della Luna hanno adottato per renderlo un pianeta vivibile sono di mia invenzione (le mutazioni sui geni X e Y, i tralicci per sistemare la forza di gravità, l’atmosfera ricreata artificialmente), non credo che entro il 3005 tutto ciò sarà possibile ma usiamo l’immaginazione!
Ultima cosa: tutte le citazioni inserite nella storia sono tratte dal testo di To Hell & Back di Maren Morris, brano che mi è capitato in sorte per il contest ^^ e sì, è la stessa canzone che Indi ascoltava sempre insieme a Joy. Vi lascio il link, se siete curiosi di sentirla:
https://www.youtube.com/watch?v=kdE0ojviSjg
Che altro aggiungere?
Scrivere questa storia è stato un vero e proprio parto plurigemellare, mi ha tenuto impegnata per più di un mese (senza contare il suo “concepimento” nella mia testa), non penso che scriverò mai più fantascienza perché è DIFFICILISSIMO ma è stata anche un’esperienza bellissima. Mi sono affezionata tantissimo ai personaggi e spero che abbiano lasciato qualcosa anche a voi!
Grazie a chiunque sia stato tanto coraggioso da arrivare fin qui e… vado a riposarmi, non ne posso più AHAHAHAHAH
Alla prossima ♥
 
 
   
 
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