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Autore: Enchalott    10/05/2022    3 recensioni
Una bozza della storia è depositata presso lo Studio Legale che mi tutela. Sconsiglio "libere ispirazioni" e citazioni troppo lunghe, soprattutto se prive del mio consenso. Grazie e buona lettura a tutti! :)
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Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, erede al trono del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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L’apparizione
 
Mahati invitò Sheratan ad accomodarsi. Appoggiò i gomiti sul bordo del tavolo, intrecciando le dita: la fronte accigliata sotto il diadema d’oro enunciava la solennità degli argomenti di cui lo avrebbe messo al corrente.
«Poni uno dei tuoi alle calcagna del prigioniero. Non va perso di vista.»
«Rinnoverò le disposizioni al suo attuale guardiano, mio signore. Sinora ha eseguito gli ordini con precisione e riserbo. Cosa cerchiamo per l’esattezza?»
«Hanran. I Minkari sono informati su troppi particolari. Nessun Khai si macchierebbe di tradimento, ergo le ambiguità sul possibile sodalizio delle parti cessano di esistere. Per quanto ritenga l’erede dell’Irravin estraneo allo spionaggio, potrebbe trasformarsi in un informatore inconsapevole. O divenire il cardine tra il nemico e i ribelli, quando questi realizzeranno che ha abbastanza fegato e che non si tirerà indietro nonostante l’inesperienza e la giovane età.»
Il generale ammirò l’accortezza del suo comandante e ne comprese l’intento.
«Per questo non lo avete interrogato su quanto avrebbe ucciso Kerulen?»
«Sì. Credo che non ne sappia nulla e in ogni caso non avrebbe parlato: era pronto a morire, non è così? Consentirgli di vivere tra noi con un discreto margine di libertà è un’arma a doppio taglio, ma sono disposto a rischiare. Ho la certezza che gli hanran celati tra i miei guerrieri lo avvicineranno, tentando di votarlo alla loro causa. Sarà allora che agiremo. Se il mio piano non dovesse andare a segno, porteremo Shaeta a Mardan e completeremo la sua educazione a nostro piacimento.»
«E se non si rivelasse malleabile?»
Mahati accennò un sorriso, pensando d’istinto alla sua promessa sposa. La paura e l’ingenuità non sempre corrispondevano alla docilità, lei ne era la prova vivente.
«Si prendono più insetti con il miele, generale. È solo questione di pazienza.»
«Ai vostri ordini.»
Il Šarkumaar inspirò a fondo, costringendosi ad affrontare ciò che più gli premeva.
«La seconda questione riguarda Eskandar. Suppongo non ci siano riscontri.»
«Sono desolato, altezza.»
«L’assenza di comunicazioni da parte sua è di per sé una riprova. Ho atteso oltre ogni margine di tollerabilità, è in gioco il nostro onore. Ordina agli alchimisti di preparare il ladi, useremo tutto quello a disposizione. Ogni singolo cavaliere alato monterà in sella all’irrompere dell’alba, guiderò di persona l’attacco al palazzo reale. Nessuna pietra minkari rimarrà intatta, gli eventuali superstiti verranno stanati con tutti i mezzi. Tu rimarrai qui con la terza armata, Sheratan: i ribelli potrebbero coglierci alle spalle, dobbiamo prepararci all’evenienza e scongiurarla.»
«Sissignore!»
Mahati approvò, poi vergò alcune istruzioni su un foglio fregiato con lo stemma reale e lo ripiegò, sigillandolo con la propria cifra.
«Se Belker richiedesse la mia vita» disse porgendolo all’interlocutore.
Questi accettò con un inchino, celando stupore e preoccupazione dietro la facciata impassibile. Il principe non aveva mai lasciato nulla di scritto prima di uno scontro.
 
 
Il dio della Battaglia abbandonò la tenda del Kharnot. Dissimulato nella piega dimensionale che lo occultava agli occhi dei mortali, aveva ascoltato con estremo cruccio le istruzioni che il principe Khai aveva fornito al suo secondo.
«Kaena!» chiamò impaziente.
Una delle epharat si materializzò istantaneamente al suo cospetto.
«Al vostro servizio, sommo Imperatore.»
«Hai ascoltato?»
«Le fiamme sono per noi occhi e orecchie, mio prezioso signore.»
«Se Mahati riuscisse a porre fine alla guerra prima dell’allineamento definitivo degli elementi, gli sforzi da me compiuti negli ultimi secoli diverrebbero vani. Manca ancora tempo all’eclissi, ho bisogno di raccogliere sino all’ultima stilla di ergon o fallirò. Fa’ in modo che sia versato altro sangue in mio nome, tuttavia Minkar non deve cadere.»
«Desiderate che uccida il secondo principe? La sua morte risolverebbe il problema.»
Belker passeggiò nervoso nella penombra, i riflessi della luce filtrata dall’acqua proiettati sul volto attraente e imbronciato. La piuma di fenice tra le sue sopracciglia era contratta per la profonda concentrazione. Le borchie metalliche della sua casacca nera rispedirono al soffitto un animato gioco di luci, mentre vagliava ogni sfaccettatura della contingenza per volgerla a proprio favore.
«Espediente drastico, ma da vagliare. Quali altre pedine abbiamo a disposizione?»
«Il re dei Khai mostra rari momenti di lucidità mentale. La malattia lo sta divorando e la sua autorità si è affievolita, così la sua capacità offensiva. Non è in grado di agire in prima persona e dubito che fornirebbe gli ordini opportuni al momento cruciale.»
L’Immortale mosse una mano con fastidio.
«Mi occuperò io di Kaniša. Che ne è suo facinoroso primogenito?»
L’essenza maligna socchiuse gli occhi scarlatti e si raccolse in se stessa, cercando il contatto psichico con le sue sorelle. Ciò che venne restituito le provocò un sussulto.
«Preso in faccende inattese e distanti dal suo compito. Floga vi comunica che il principe Rhenn ha rinvenuto lo Shikin nella biblioteca di Mardan.»
«Cosa!? Com’è possibile che il libro proibito sia nelle sue mani!? Ne ho perso le tracce millenni orsono e ho finito per convincermi che il dannato Kushan stesse mentendo!»
«Una casualità, divino Belker.»
«Sciocchezze! Il testo ha un sigillo a quanto ricordo. I demoni non possono toccarlo, neppure vederlo se l’interdetto è stato apposto con le dovute misure! Faceva parte del patto tra Irkalla e il capostipite dei daamakha! Chi ha infranto la proibizione che neppure io ho potuto valicare?»
«Nessuno. È stata la principessa dei Salki a rinvenirlo.»
«Un'altra spina nel fianco! Il fatto che non sia una Khai la rende imprevedibile! Sarebbe assurdo se intralciasse i miei progetti senza premeditazione!»
«Sono pronta a eliminarla, se lo desiderate.»
«No, lei mi serve! Non avrei mai pensato che quella mocciosa potesse tornare tanto utile! Non posso privarmene proprio ora!»
«Se Mahati perdesse la vita, l’utilità primaria della ragazza verrebbe meno e si chiuderebbero porte sperimentate e assodate. Oso consigliarvi di attendere.»
«Mh, sì a ben considerare. E poi Valarde e la sua schiera di rammolliti la proteggono nell’inutile speranza che faccia breccia nell’animo del marito o del cognato. No, lasciala respirare per ora… finché lo Shikin continua a risultare illeggibile, siamo al sicuro. In caso contrario mi concentrerò sul modo più consono per incrinare in definitiva il fragile equilibrio del clan reale. Uno dei prìncipi morirà, non vedo altre soluzioni. Deciderò quale dei due è il meno conveniente.»
L’epharat si passò la lingua sulle labbra sensuali e sorrise al suo padrone.
«Non dovrete incomodarvi, mio signore. In merito a ciò, il vostro intervento non sarà necessario. I due eredi faranno tutto da soli e il creato sarà presto vostro.»
Belker si fermò davanti a lei, le porse la mano e la creatura la baciò con ardore.
«Domani non permettere ai Khai di vincere» comandò.
 
 
Kaniša si rigirò nel sontuoso baldacchino, oscurato dalle cortine di seta rossa. L’aria odorava di medicinali, di malattia, di morte e il profumo del deserto era remoto, la sua stanza sembrava isolata dal resto del mondo.
Non posso ancora andarmene, non mi è stato restituito quanto promesso…
Inalò l’ossigeno come se fosse una rarità e cercò di riordinare i pensieri. Non aveva idea di quanto tempo avesse trascorso in quello stato di dormiveglia: l’ultimo dettaglio che ricordava con lucidità era l’interpellanza di Rhenn sui sigilli falsi. Sperò che il suo primogenito avesse abbandonato le indagini, ma l’istinto gli suggerì la soluzione opposta. Se avesse rinvenuto qualche particolare sospetto, ci si sarebbe accanito fino a scoprire ogni cosa. Evento da evitare in assoluto.
Cocciuto come sua madre! Avrei dovuto educarlo con maggiore severità! Non posso permettermi intrusioni, nulla dovrà emergere dalle mie vittorie precedenti, soprattutto da quella su Jandali. Altrimenti il patto sarà violato.
Cambiò posizione. Rammentava anche un’ombra impalpabile al suo capezzale, la vicinanza di qualcuno che non era riuscito a riconoscere. Ma era sicuro di aver avvertito un’ondata d’odio profondo provenire da quella persona,
«Naora, eri tu?» mormorò a fior di labbra «Non mi hai ancora assolto?»
I giorni, gli anni, i secoli senza di lei. Li aveva contati tutti. Ogni singolo istante era stato doloroso, una lama ficcata nelle carni, un tormento privo di sospensione. Aveva compiuto quanto in suo potere per riaverla accanto, infranto ogni proibizione per guardarla ancora una volta, accarezzarle il viso, per abbracciarle le ginocchia e implorare il suo perdono. Per confessarle la verità, per il suo sorriso aveva piegato il capo e rinunciato alla fierezza, all’eredità del sangue orgoglioso di suo padre Hosroi.
Aveva strappato a Mahati, il suo vero erede, la possibilità di salire al trono, con crudeltà aveva messo a tacere ogni rimostranza – soprattutto quelle di Hamari e dei nove clan - scaricando la successione sulle spalle di Rhenn. L’aveva resa unica e inappellabile, separando per sempre il futuro dei suoi figli. Come se nulla fosse accaduto, come se l’aikaharr che aveva quasi distrutto il seggio reale non fosse mai avvenuto. Aveva tentato di rimediare, di non apparire debole o folle e aveva perso ogni cosa, mentre risplendeva di gloria imperitura agli occhi dei suoi sudditi.
Ma era più facile tollerare un disonore scelto come male necessario rispetto all’assenza di Naora. E sua moglie lo aveva compreso: per quello aveva rifiutato di condividere il talamo con lui, non per il tradimento legittimato dalla prassi arcaica. Lo aveva disconosciuto come uomo, come marito, come padre e aveva lasciato il palazzo. Avrebbe potuto forse sopportare l’oltraggio, non certo il perdurare del suo legame con una donna ormai morta.
È così Hamari? Sei fuggita per non affrontarmi? Perché non mi hai tolto la vita?
Scacciò quei pensieri burrascosi, tornando alle angosce presenti.
Se il suo primogenito avesse scoperto le sue trame passate e le vere ragioni ad esse sottese, Kaniša non avrebbe esitato a ucciderlo. Come aveva fatto con Kujul e con chiunque lo aveva ostacolato.
È per questo che gli Immortali mi puniscono con l’infermità? Perché ho le mani sporche del mio stesso sangue?
Trasse un lungo sospiro e tornò ad adagiarsi sui cuscini, avvertendo tagliente ogni singolo frammento del suo cuore in pezzi.
Un refolo di vento fendette l’aria immota.
«Naora non è qui. Le tue azioni non sono sufficienti a onorare lo yakuwa che abbiamo stretto ormai due secoli fa. Evidentemente quella donna non è così preziosa per te.»
Il re dei Khai impallidì, il battito quasi gli si fermò, avvolto da un gelo atroce.
Questa voce! Non la odo da decenni, ma è impossibile dimenticarla!
«Voi qui? Voi… perché vi palesate proprio ora dopo tanto tempo?»
«Non me ne sono mai andato in realtà. Ho scelto di rendermi invisibile ai tuoi oltraggiosi occhi mortali e di lasciarti agire tua sponte, sicuro che non mi avresti deluso. Invece ciò che vedo è sconfortante.»
«No… no, mio signore! Ho obbedito a ogni vostro comando! Ho scatenato e vinto guerre, sacrificato vite, abbattuto regni e dedicato al vostro nome sublime ogni singolo successo, ogni goccia vermiglia che ha impregnato la terra. Questo corpo fiaccato non mi sarà d’ostacolo! Non abbandonatemi, concedetemi ancora il vostro favore!»
La figura ammantata di nero avanzò verso il letto, nient’altro che un contorno visibile attraverso le pieghe della stoffa preziosa. Non aveva mai visto il suo volto e non avrebbe osato sollevare lo sguardo: sapeva chi era e cosa desiderava.
«Un Khai che prega? Sei patetico, Kaniša! Mi domando se ho fatto bene a siglare l’accordo con te. Forse avrei dovuto interpellare uno dei tuoi figli, quelli che accusi di non essere alla tua altezza. Sono certo che entrambi posseggano un desiderio da realizzare, forte almeno quanto il tuo. Le umane ambizioni sono il mio territorio.»
Il sovrano si aggrappò alle lenzuola, raddrizzandosi con un rantolo.
«No! Porrò rimedio a ogni sbaglio, invocando la vostra clemenza a ogni respiro! Ho ancora tempo! Vi supplico, mio signore, restituitemi Naora come avete promesso! Se non mi fossi ammalato, sarei in testa alle mie armate e Minkar non sarebbe che polvere!»
«Tempo? Non sei tu a governarlo, pertanto non promettere quanto non possiedi! Quanto a Minkar, essa cadrà quando sarò io a stabilirlo! Così ogni azione che verrà compiuta dal tuo sangue! Rammenta, io solo ho il potere di sottrarre al dominio sconfinato di Reshkigal la donna che ami!»
«Un Khai non…»
L’ombra rise cupa, interrompendo quel mantra collaudato.
«Non osare propinarmi le tue assurdità, Kaniša! Hai perso la testa per Naora, ma non si è trattato dell’istinto dominante di un guerriero. Quello sarebbe stato degno di un re demone! Invece ti sei fatto impugnare dall’amore, esso ha avvelenato la tua essenza, ti ha privato della dignità! Un’abominevole tossina che ha corroso tutto ciò che rappresenti e l’orgoglioso retaggio dei tuoi avi, che ti è giunto attraverso i millenni. Un Khai non può amare perché la sua natura lo impedisce. Se ciò accade, egli muore! E tu sei un cadavere che respira, Kaniša! Non esiste più nulla del condottiero che eri, la tua miserevole vita è priva di senso!»
Il sovrano chinò la fronte, scosso da un tremito vigoroso.
«Il disonore morirà con me, lo giuro sull’Arco infallibile! Ho insegnato ai miei eredi a disprezzare ogni forma d’amore, mi sono accertato che avvenisse, come ogni padre che alleva un figlio di sangue puro. Nessuno dei due ne è stato traviato! Ho compiuto quanto in mio potere e così sarà fino alla fine dei miei giorni. Ma lasciate che li trascorra tra le braccia di Naora, noi due soli, lontani da Mardan e dalla stirpe che ho disonorato con la mia debolezza!»
L’interlocutore parve riflettere per interminabili secondi.
«Manterrò la parola a patto che nulla intralci più il corso programmato degli eventi» sancì «Senza l’energia necessaria, la tua principessa resterà esattamente dov’è.»
Poi svanì.
 
Lo aveva già toccato. Quando gli aveva medicato l’ustione, quando avevano dormito al santuario di Valarde, quando si era aggrappata a lui durante il volo e tutte le altre volte che la memoria in quel momento non focalizzava. Per aiutarlo, per disattenzione, per non morire di paura o per amicizia. Non come le stava chiedendo.
Il bacio… il suo bacio invece è indelebile…
La mano di Rhenn abbandonata tra le sue e quello sguardo intenso, pronto a percepire ogni singolo palpito, a imporle di andare oltre se non gli avesse provocato almeno una scossa, la inibirono.
Non posso farlo…
«Si tratta di me, non è vero?» disse il principe troncando la stasi.
«N-no…»
«Non mentite!»
Ritirò il braccio e incrociò le gambe, fronteggiandola. Le iridi d’ametista scintillavano cupe e minacciose, l’aria smaliziata virò in un’espressione torva. Yozora sospirò: avrebbe preferito evitare l’argomento, ma lui non le avrebbe dato tregua.
«O di me. Sono punti di vista.»
L’Ojikumaar aggrottò la fronte ed emise il fiato, spazientito.
«Spiegatevi.»
«Mi avete spesso fatto notare che, a paragone delle vostre nutrite esperienze, io non sono congrua. Sono troppo ingenua, troppo infantile, troppo diversa, troppo quello che pare a voi a seconda del metro di paragone prescelto. Se ora vi obbedissi, la vostra opinione non migliorerebbe. Non farei altro che precipitare in fondo alla vostra graduatoria e non voglio. Non voglio essere il vostro svago.»
«Siete in contraddizione! Poco fa avete ammesso l’efficacia delle mie lezioni!»
«E continuo a sostenerlo. Mi avete costretta a riflettere, condivido appieno ciò che avete evidenziato, come tutore avete sortito un evidente successo. Sono stata arbitraria nel giudicare la fisicità del rapporto tra due sposi, arrogante nella certezza di conoscere il mai sperimentato. Vi sono grata per aver dissolto i miei immaturi preconcetti. Ma questo non significa che dobbiate fornirmi una sentenza anticipata su come affronterò con il mio promesso sposo un’asheat così intima. Non vi toccherò a tal fine. Mahati è l’unico a poter vantare la prerogativa.»
Rhenn ascoltò senza interromperla, forse a caccia di una crepa argomentativa in cui insinuarsi per avere l’ultima parola. Non le staccò gli occhi di dosso neppure per un secondo, impenetrabile nel suo silenzio.
Quando parlò, Yozora ebbe l’ennesima prova della sua intelligenza fuori dal comune.
«Etarmah…» sibilò tra le zanne «Sciocchezze!» traspose poi, moderando l’estrema volgarità del termine «È perché vi ho baciata.»
La ragazza rimase impietrita. Le sembrò di annaspare su una parete di vetro su cui scivolare era garantito.
«Niente affatto!»
«Sì, invece! Perché sono stato il primo e vi ho detto che non contava un accidente!»
«Avrei dovuto attendermi parole differenti da un Khai? No, state di nuovo cercando il centro dell’attenzione e siete fuori strada!»
«Da un Khai o da me? Avete raggiunto le labbra di Mahati con un impeto tale da sconcertarlo… in tutta fretta avete cercato un paragone o un rimedio?»
«Siete un presuntuoso! Non mi giustificherò per aver baciato il mio fidanzato!»
«Perché invece non siete corsa a lagnarvi con lui di quanto accaduto a Shamdar?»
«Chi vi dice che non l’abbia fatto!?»
«Non mi ha sfidato in un fytarei all’ultimo sangue, quindi…»
«Nemmeno voi avete vantato la prodezza! È stato per paura di perdere il confronto?»
«Un Khai non…!» il ruggito schiumante di collera del principe sfumò in un sospiro rassegnato «Per niente. È perché ho sbagliato.»
La ragazza sgranò gli occhi, tentando di decifrare l’inaudita ammissione di colpa.
«Mi prendete in giro?»
«Tutt’altro. Non avrei dovuto prevaricarvi con la forza fisica» continuò Rhenn «Sono stato disonorevole, mi dispiace.»
«M-ma quello è stato il secondo…»
«La prima volta non mi sono affatto imposto, dunque non me ne rammarico. Avete le sincere scuse del principe della corona, non vi basta? Costituite un caso unico.»
Yozora si appellò a tutti i Superiori per respingere l’indomabile desiderio di cavargli gli occhi.
«Anche voi!» sbottò irata «Unico e irrimediabile!»
«Non è così» rise lui compiaciuto «Anzi, diversamente da quanto pensate, ricordo alla perfezione il mio primo bacio. Solo non ci costruisco sopra un castello di assurdi sentimentalismi. Devo per forza essere considerato in brutale torto?»
«Mentre se io provo emozioni vengo senza appello ritenuta una sciocca bambolina?»
Rhenn incrociò le braccia e appoggiò la schiena ai cuscini, pungolato dalla risposta.
«Sì» decise «Siete a Mardan.»
«Dunque se ci spostassimo a Seera, sareste voi l’inopportuno?»
Lui sogghignò, scostandosi una ciocca argentea dal viso. Gli orecchini viola che pendevano dai suoi lobi avevano la stessa sfumatura delle sue iridi.
«Per niente. A Seera sono quello che ha vinto.»
La principessa ammutolì e fu catturata dalla tristezza: i rapporti positivi e d’affetto che aveva maturato nel mondo dei Khai avevano quasi cancellato il suo status sconfitta, una merce di scambio a garanzia della pace. Che Rhenn si premurasse di ricordarglielo era un segnale d’allarme, sebbene non fosse né adirato né minatorio.
«Le leggi non soffocano i sentimenti» mormorò.
«Verissimo. Ci tutelano da essi e chi non le persegue mette presto il piede in fallo.»
«Pensate a qualcuno in particolare?» lo stuzzicò lei.
Il principe sorrise ambiguo, ma non rispose. Afferrò il libro incriminato e lo liberò dalla polvere: i caratteri dorati del frontespizio scintillarono come richiamati alla vita.
«Shi…» pronunciò stentato «Shi… qualcosa. Tsk! Dannato tomo!»
Yozora si avvicinò e lui condivise subito la lettura, aprendo metà del testo sulle sue ginocchia. L’inchiostro aveva il colore della ruggine e le pagine erano ingiallite, ma i tratti erano ben distinguibili sulla carta antica.
«Che lingua è?» gli domandò.
«A saperlo! Non l’ho mai vista prima! Alcuni segni mi sembrano familiari, altri soltanto dei ghirigori usciti dalla mente di un pazzo.»
«Posso?»
«Prego!» sbuffò l’erede al trono lasciandole spazio.
Lei si sporse e le loro spalle si sfiorarono, pelle contro pelle. Di nuovo il calore naturale del corpo di lui la penetrò, regalandole il brivido di sempre.
Perché accade? Perché con Rhenn mi sento così… strana?
«C’è qualche problema?» indagò lui, percependo la sua incertezza.
«N-no, è che… queste linee sono illeggibili, avete ragione.»
«Non ci resta che iniziare dalle parti comprensibili e lavorare per deduzione.»
«Come? Volete che vi assista?»
«Avete altro da fare?»
Yozora sollevò gli occhi nei suoi e avvampò sotto quello sguardo magnetico. Non era appropriato rimanere sola con lui tanto a lungo, la corte avrebbe creato dei pettegolezzi e Rasalaje ne avrebbe sofferto. Inoltre si era ripromessa di non creare ulteriori occasioni per prestare il fianco al passatempo prediletto dell’Ojikumaar.
«Tempo scaduto» sentenziò il principe «Mahati non c’è e per giunta non collaborate sulla terza asheat. Se foste presa da impegni impellenti, ve ne sareste ricordata. Mettetevi a favore di luce.»
La attirò a sé senza indugi e le passò un braccio intorno alla vita, avvicinando il libro a entrambi. Avvertì il suo battito cardiaco accelerare all’istante e il debole, fallimentare tentativo di mantenere le distanze. Arricciò le labbra in un sorriso.
«Più che inchiostro, questo sembra sangue» asserì, posando il dito sulla prima riga.
Yozora lo guardò raccapricciata.
«È orribile! Chi farebbe una cosa del genere?»
«Qualcuno in punto di morte, privo di risorse o legato da un giuramento. Pensate sempre al peggio voi? Le leggende sono ricche di episodi del genere.»
«Sì, ma questo scritto è concreto e poi avete citato situazioni non proprio gradevoli. Siete certo di voler continuare?»
«Non temete, se il volume tentasse di divorarvi, gli chiederei di risparmiare le parti migliori. Probabilmente la cosa è voluta, per tenere lontani gli scaramantici o quelli che si fanno spaventare con poco.»
Aprì il libro e iniziò a esaminarlo: la ragazza incassò l’allusione senza ribattere e lo imitò, forzandosi a pensare che il sangue potesse appartenere a un animale.
Rhenn aggrottò la fronte, irritato dal groviglio di segni privi di senso che si dipanava in verticale sulla pagina. Eppure la sua focosa impazienza fu frenata dalla presenza della principessa.
Incredibile che abbia il dono di calmarmi.
Incredibile che lo stesse riscontrando. Non era la prima volta a voler essere onesti. Forse frequentare qualcuno privo dell’indole impetuosa dei Khai equivaleva a gettare acqua sulla brace.
Purché la fiamma non si riduca a cenere fumante…
Forse invece era lei. Perché lo conosceva meglio di chiunque altro in quel luogo prigioniero di regole ferree e antiche, addirittura più di Mahati, che era fratello e rivale.
Sono io che l’ho permesso.
Tra una dimostrazione di forza e l’altra, in mezzo al sarcasmo e alla collera, ogni volta che si era trovato a tu per tu con Yozora, aveva mostrato un frammento si sé.
Non del guerriero, non del futuro re, bensì di Rhenn.
È un addestramento volto a non commettere gli stessi errori con i Khai. L’occasione migliore per limare i miei difetti.
Ma qualsiasi difesa riuscisse a trovare, la verità era che gli piaceva stare con lei, scovare il modo per farla arrabbiare, attendere la sua replica alla provocazione e montare su tutte le furie perché essa all’apparenza non aveva senso. Trovare poi quel significato sfuggente e riflettere sino a farsi venire il mal di testa, imprecare contro se stesso, giurare di essere più severo e ricominciare daccapo.
Come in una danza. O meglio, in un amplesso… se lei sapesse com’è.
Osservò la sua espressione intenta, lo sguardo fisso sul foglio e sorrise.
Qualcosa che prima non aveva notato attirò la sua attenzione: era in grado di decriptare alcuni segni che prima risultavano indecifrabili o che forse aveva ignorato.
Si concentrò sul particolare e riuscì quasi a tradurre le prime righe. Dovette fermarsi, colto da un forte malessere.
«Rhenn?»
Yozora lo vide impallidire e l’agitazione aumentò quando all’improvviso la sua fronte si imperlò di sudore.
«State bene?»
«Io... io credo...»
Il principe si interruppe, il suo sguardo si velò, la mano scivolò dalla pagina. Si accasciò all’indietro privo di conoscenza.
«Rhenn! Dei misericordiosi! Rispondetemi, Rhenn!»
Lui rimase immobile.
   
 
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