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Autore: Nina Ninetta    23/06/2022    3 recensioni
Eric La Manna è un procuratore di giovani promesse della boxe. È al verde, vive in un lugubre monolocale lungo la West Side di Chicago e ha gli strozzini alle calcagna per una vecchia “parola” non mantenuta. Una notte, però, durante un regolamento di conti, nota un giovane ragazzo che sembra avere la stoffa per diventare la nuova star della boxe, o almeno è quello che spera per redimersi…
Questa partecipa al contest “Manuale di Sopravvivenza Vol.2” indetto da Spettro94 sul forum di Efp.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Malinconico | Stato: completa
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
Capitoli:
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Capitolo III
Franco
 

 
Benny lo aveva accompagnato fin dentro casa. Eric non aveva subito alcun pestaggio, eppure le gambe non lo reggevano. Questa volta ci era andato vicino a rompersi un osso e sapeva che la prossima volta non se la sarebbe cavata così bene, che anche fuggire e cambiare nuovamente indirizzo non sarebbe servito a molto. Lo avrebbero scovato, ancora e ancora.
L’arrivo del giovane era stata una vera fortuna, sentirgli dire che non era un pugile ma era lì per diventarlo poi… avrebbe fatto salti di gioia se la situazione non fosse stata tanto drammatica.
Una volta al sicuro nel tugurio, il ragazzo gli aveva chiesto come fare per trasformarsi in un pugile.
Con il bacino contro i mobili della cucina e un bicchiere d’acqua in mano, l’avvocato gli aveva domandato il motivo per cui aveva cambiato idea. Benny Sanchez gli aveva risposto che lo faceva solo per riprendersi Maria e il figlio che portava in grembo.
A Eric La Manna era sembrata una buona causa: la motivazione era ciò che spingeva quelli come lui ad avere successo nella vita, qualsiasi essa fosse stata. Gli aveva allora dato appuntamento al mattino seguente, sarebbero andati insieme a trovare un suo vecchio amico.
Adesso camminavano diretti nella stessa direzione, con Eric qualche passo avanti a fare strada. Attraversarono diversi vicoletti sporchi e puzzolenti, con i bidoni dell’immondizia pieni e i gatti randagi che vi scavavano all’interno. Benny lo seguiva senza fiatare, solo una volta gli aveva chiesto dove stessero andando e l’altro aveva risposto in modo vago che gli sarebbe piaciuto.
«Cosa?» Aveva continuato il giovane.
«Chi, vorrai dire.» Eric aveva sorriso. «Franco.»
«E chi è Franco?»
«Franco è un ex marines. Da quando si è ritirato dalle forze armate a causa di un incidente – a proposito, cerca di non farglielo notare – ha aperto una palestra per i ragazzi di strada. Li aiuta a scaricare la rabbia, ecco.»
Mentre parlavano, nascosta tra vecchi e decadenti palazzi, spuntò un’insegna sghemba e con i neon fulminati che citava semplicemente “Palestra di Franco”.
Benny seguì il suo compare all’interno di questa, senza riuscire a trattenere una smorfia di disgusto per il tanfo pungente che gli pizzicò il naso e la gola. Era un misto di sudore stantio, muffa e qualcos’altro che non riuscì a identificare.
Il locale non era molto ampio, non c’era una reception all’ingresso, si arrivava direttamente nell’ambiente scarno. Sulla destra c’era un ring, sul quale due ragazzi se le davano di santa ragione, con i guantoni e il paradenti in bocca. Diversi sacchi erano appesi al soffitto, alcuni già occupati da giovani intenti a prenderli a pugni.
«Franco!» Eric spalancò le braccia in direzione di un uomo dalle spalle larghe e le cosce muscolose. Indossava una vecchia divisa militare e un berretto dei marines calato sulla testa. Quando si voltò non dimostrò lo stesso entusiasmo di Eric La Manna, non pareva neanche felice di vederlo a dirla tutta. Gli lanciò un’occhiata veloce, per poi indugiare sul giovane ancora fermo all’ingresso, quindi tornò con l’attenzione sull’incontro che si stava tenendo sul ring.
«Non ho nessuno da mandare al macello» disse Franco, la voce roca a causa del fumo.
Eric gli posò un braccio intorno alle spalle e lo voltò verso Benny, presentandoglielo.
I due si studiarono per qualche secondo e solo allora il ragazzo notò un occhio di vetro al posto di quello destro, immobile e spaventoso. Quello sinistro invece era chiaro, di un azzurro profondo, vigile e attento. Franco tra l’altro si puntellava a un vecchio bastone di legno: la gamba destra era rigida alla pari del suo sostegno.
«È troppo magro» sentenziò l’ex militare, tornando a guardare i due atleti sul ring. «Alza quel cazzo di gomito, Bill! È un montante, non una carezza!» Urlò poi.
Eric gli passò di nuovo il braccio intorno alle spalle e si allontanò di qualche metro con lui, parlandogli nell’orecchio.
«L’ho visto tenere testa a tre energumeni, Frank! L’ho visto con i miei occhi, quella luce, quella forza, quella voglia di redenzione.»
Franco spiò il giovane di sottecchi, mentre questo studiava i poster dei pugili più famosi al mondo appesi alle pareti.
«Diamogli una chance, Frank!»
«Sei nella merda, vero?»
«Fino al collo» ammise Eric.
Franco annuì con il capo, poi con passo claudicante si accostò a Benny e puntandogli il bastone contro gli fece cenno di salire sul ring.
«Bill, dagli i tuoi guanti.»
Bill e Benny si scambiarono di posto e dal centro del quadrato il giovane guardò prima Eric, poi Franco, infine il suo avversario di poco più anziano di lui.
«Fammi vedere che sai fare, ragazzo!»
Benito scambiò un’occhiata veloce con il suo rivale, il quale gli mollò un pugno sul naso che lo fece tentennare.
«È troppo magro!» Ripeté Franco, scuotendo il capo.
«Forza, Benny!» Lo incitò Eric dal canto suo.
Benny subì un altro paio di colpi, finendo ginocchioni, poi con un urlo si lanciò contro l’avversario, lo afferrò per la cintura e sbattendolo al suolo lo prese a pugni.
«Ecco il mio ragazzo!» Disse Eric su di giri.
«Ehi, ehi!» Franco fece segno a Bill di dividere quei due prima che potessero ferirsi seriamente. «Non ha nessuna nozione tecnica, né tattica. Ed è troppo magro!»
«È un picchiatore!» A Eric brillavano gli occhi mentre lo diceva, senza riuscire a distogliere lo sguardo dal suo pupillo.
Franco lo fissò, ma non controbatté, mentre Eric La Manna si muoveva in direzione di un poster incollato al muro da decine di anni, ormai vecchio e sbiadito. L’immagine in bianco e nero era quella di un uomo dal fisico asciutto, i capelli scuri e ricci sul capo, il naso troppo grosso per il viso smunto e gli occhi così neri da non riuscire a distinguerne la pupilla.
Eric vi batté il palmo un paio di volte, prima di aggiungere:
«Rocky Marciano, il più grande slugger della storia del pugilato professionistico.»
Franco indugiò per qualche secondo sulla faccia dell’ex pugile, poi si rivolse a Benny, ancora al centro del ring.
«Gli allenamenti cominciano alle sei. Saranno faticosi, lunghi e dolorosi. Non voglio lamentele, suppliche o altre cose da femminucce. Ah, un’altra cosa: fai cinque minuti di ritardo e ti sbatto fuori! Hai capito?»
«Sissignore!»
Franco lo guardò dal basso verso l’alto, con il solo occhio buono che gli restava.
«Perché combatti, ragazzo?»
«Per la famiglia» fu la risposta e l’ex marines annuì. Per ora, come risposta, gli bastava.
 
 
 
Dopo una settimana il fisico mingherlino di Benito era già cambiato. I muscoli delle braccia erano diventati più definiti e sebbene continuasse a difettare di tecnica, il fiato sicuramente non gli mancava. Era diventato più veloce di gamba, iniziava a capire quali fossero le mosse proibite e quelle invece accettate.
«Niente colpi sotto la cintura, Ben! Non è una scazzottata fra delinquentelli questa!» Franco scuoteva più volte il capo durante gli allenamenti, continuando a essere del parere che questa volta il procacciatore di talenti si era lasciato abbagliare da un pezzo di metallo color oro e nulla più.
Di sera il giovane portoricano passava il tempo ascoltando le lezioni di Eric sul regolamento del pugilato, sulla storia di questo sport e le vite dei grandi atleti che lo avevano reso famoso in tutto il mondo. Guardavano insieme documentari per imparare i vari stili di combattimento, sebbene La Manna fosse certo di avere davanti un picchiatore puro, un cosiddetto slugger. Lo vedeva nei movimenti svelti, nella potenza naturale dei pugni, nella completa assenza di tecnica.
Eric La Manna aveva anche smesso di bere. Ora che aveva un obiettivo da raggiungere doveva restare lucido il più possibile e curarsi della propria persona. Aveva comprato asciugamani puliti, sapone per lavarsi e detersivi alla lavanda per disinfettare il bagno e la cucina. Il frigorifero adesso traboccava di bevande energetiche e il freezer di cibi pronti all’uso. Non proprio una dieta salutare, ma quantomeno accettabile.
Un giorno, di ritorno dalla palestra di Franco, aveva trovato davanti al portone uno dei due cinesi che l’aveva aggredito sere addietro. Una paura viscerale gli aveva attanagliato lo stomaco e fatto tremare le gambe. Non aveva biascicato mezza parola mentre l’asiatico gli parlava a una spanna dal viso, in stile telegramma:
«Sabato sera. Club “The Loser”. Unico match. Vincente.» Il cinese lo aveva fissato negli occhi, con il suo sguardo inespressivo. «Hai capito?»
«S-si.»
«Bene.»
Quindi era andato via.
Quei bastardi pretendevano che il suo assistito vincesse l’incontro. Perdere sarebbe stato troppo semplice, ovvio. Pretendevano che un giovane pugile, alla sua prima esperienza, vincesse contro un atleta magari più vecchio e blasonato. Era una follia, una pura follia. Eppure, era l’unica via di scampo se voleva sperare di tornare a una vita normale, fuori da quella stalla in cui viveva.
Consultò il calendario attaccato al muro, cerchiando di rosso la data di sabato: mancavano ancora – solo – cinque giorni, ma il peggio, il cosiddetto imprevisto che ormai lo perseguitava da qualche tempo, era dietro l’angolo.
 
La sera prima dell’incontro, Eric La Manna si vide piombare in casa Benito Sanchez, bianco come un cencio e con la mano destra fasciata alla bell’e meglio. Piangeva in singhiozzi convulsi.
«Ben! Cristo santo, cosa è successo?!» Eric si era spostato di lato per lasciarlo entrare, poi lo aveva accompagnato alla sedia per farlo sedere. Mille pensieri intanto si stavano sovrapponendo nella sua testa, quella mano, le bende sporche di… sangue?
Oh, Signore – pregò – non di nuovo, per carità.
«Ma-Maria» balbettò il ragazzo. «Maria si sposa.»
Eric sospirò profondamente, prendendogli con delicatezza la mano ferita per togliergli il bendaggio, il quale si rivelò essere una vecchia T-Shirt ormai inutilizzabile. Le nocche erano sporche di sangue incrostato, mentre gli sembrava di notare schegge di vetro ancora infilzate nella carne.
«Santo cielo, Ben! Che cazzo hai fatto? Hai rotto un vetro?»
«Sì.»
«Sì? SI?! Sai dire solo questo? Domani hai un incontro, cazzo! Il tuo fottutissimo, importantissimo, primo incontro del cazzo
Eric si portò entrambe le mani alla testa, muovendosi avanti e indietro per la cucina. Doveva pensare. Doveva riflettere.
E se quella mano fosse rotta?
E se qualche scheggia fosse penetrata così a fondo da aver bisogno di un bisturi per essere estratta?
L’avrebbero ammazzato! Questa volta non avrebbe avuto via di fuga con quelli là!
«Mi dispiace» biascicò il giovane e finalmente Eric si calmò, soprattutto quando la sua parte razionale gli fece notare un fattore determinante: Ben aveva detto di voler diventare un pugile per fare soldi e poter così mettere su famiglia con Maria, ma se ora questa si sposava… Ben avrebbe anche potuto rinunciare a tutto.
Dannazione!
«Prendo qualcosa in bagno per medicarti, tu intanto raccontami cosa è accaduto.»
«Sono andato a salutare Maria, ho aspettato che finisse di lavorare. Abbiamo fatto un po’ di strada insieme e le ho detto che domani avrei avuto il mio primo incontro ufficiale.» Ben tirò su con il naso, mentre Eric metteva sul tavolo garze pulite, un asciugamano piccolo e rettangolare, alcool e una pinzetta per le sopracciglia. Il ragazzo non trattenne una smorfia di dolore intanto che l’avvocato gli tamponava le nocche per ripulirle.
«Continua, non fermarti» lo incitò Eric.
«Lei non ci credeva che sarei diventato un pugile vero. Diceva che non avevo abbastanza forza di volontà per lavorare, figuriamoci sostenere gli allenamenti. Ma quando le ho detto che avrei combattuto sul serio si è rattristata.»
Ed era stato allora che la ragazza gli aveva confessato che presto avrebbe sposato Alejandro. Ben l’aveva supplicata di attendere, che i soldi sarebbero arrivati, ne avrebbe conservato una parte solo per loro due, anzi loro tre. Che il suo obiettivo era lasciare quella città di merda e trasferirsi in campagna, dove il bambino sarebbe potuto crescere con aria pulita e lontano da quella melma.
Maria aveva scosso il capo, dicendogli per l’ennesima volta che il bambino che portava in grembo non era figlio suo, ma di Alejandro – che presto avrebbe sposato – e che lei non aveva nessuna intenzione di lasciare quel posto.
«Maria, guardami negli occhi e dimmi che hai davvero intenzione di sposare quel cojone!» Lui le aveva afferrato le spalle e scossa appena. Maria aveva piantato i suoi occhietti scuri in quelli di lui, dello stesso colore del cioccolato, e aveva proferito parole che lo avevano ferito come mille pugnali.
«Io sposerò Alejandro perché lo amo e perché sono incinta di lui.»
Benito era indietreggiato di qualche passo, guardandola come si farebbe con un insetto schifoso, poi aveva urlato di frustrazione e dato un pugno alla macchina alla sua destra, rompendone il finestrino. Il dolore era stato lancinante, immediato. Si era stretto la mano nell’altra, sporcandola di sangue, mentre Maria gli aveva dato dell’idiota.
«Vattene» gli aveva detto lui, allontanandola. «Non mi serve il tuo aiuto.»
La ragazza era rimasta colpita dalla sua freddezza, mai Benny aveva usato quel tono così duro con lei e sentirsi respingere con tale fermezza l’aveva offesa, tuttavia si era sforzata di comprendere le motivazioni del ragazzo e di accettare le conseguenze delle sue scelte. Aveva preso dalla borsa la T-Shirt di ricambio che portava sempre con sé quando andava a lavoro, in caso si fosse sporcata, e gli aveva fasciato la mano senza dire nulla. Inizialmente aveva pensato che la respingesse di nuovo, invece l’aveva lasciata fare, entrambi sforzandosi di ignorare le lacrime dell’altro.
 
Eric intanto aveva finito la medicazione. Per fortuna non sembravano esserci pezzi di vetro incastrati nella carne, le ferite parevano pulite. Non sarebbe stato nulla di grave, se il ragazzo non avesse avuto un incontro di pugilato la sera successiva. Gli diede un antinfiammatorio per il dolore e lo scortò sul letto, sperando che la pillola facesse effetto anche sul suo sistema nervoso.
«Eric» nella penombra della camera la voce di Ben gli arrivò bassa e stanca appena prima che socchiudesse la porta.
«Si?»
«Non hai nulla da dirmi?»
«Riposati, domani hai un incontro importante.»
Detto ciò, La Manna tornò in cucina. Sul tavolo c’era ancora tutta la roba che aveva usato per lavare e disinfettare la ferita. Tra queste, lo sguardo cadde sulla maglia sporca di sangue. La pizzicò a un angolo e la tenne su, davanti al suo viso. In effetti, era una T-Shirt da donna, completamente bianca, fatta eccezione per un gagliardetto sul lato destro che citava “Il Salotto delle Acconciature” a caratteri cubitali, mentre in minuscolo era riportato l’indirizzo e un numero di telefono. Eric trascrisse la via a penna sull’agenda che aveva ripreso a riempire di impegni e numeri vari, quindi gettò via la maglia. Era arrivato il momento di andare a fare la conoscenza di questa famigerata Maria.
 
 

 
Dall’alto della sua esperienza, Eric La Manna sapeva che il giorno di un incontro era sacro. Niente distrazioni, niente deviazioni di percorso, ma quello era diverso. Ben non era un vero pugile, non ancora per lo meno. Se aveva la stoffa per diventarlo? Iniziava ad avere dei dubbi, ma non sulle sue capacità fisiche, quanto su quelle psichiche e l’avvocato era consapevole che il corpo senza la mente serviva a poco.
Quando era uscito di casa, Ben dormiva profondamente nel suo letto, perciò gli aveva lasciato un bigliettino in cui gli diceva di andare da Franco quando si fosse svegliato e di fargli controllare la ferita alla mano. L’ex militare avrebbe saputo cosa fare. Lui aveva un impegno improrogabile, lo avrebbe raggiunto in palestra appena possibile.
Infine, il messaggio era accompagnato da un post scriptum: mangia!
Il luogo in cui viveva Benito era la zona più a ovest della città, quella che attraversava il fiume omonimo di Chicago e veniva ufficialmente chiamato Humboldt Park, detto anche Little Puertorico e a Eric non fu difficile comprenderne il motivo. Gli sembrò di sprofondare in una classica cittadina del Sud America: gli odori erano forti e penetranti, l’idioma più sentito quello spagnolo, i volti olivastri lo scrutavano senza dargli tregua. Era evidente che non dovessero ricevere troppo visite straniere lì. Ma Eric non si lasciò intimidire: era andato fin là per uno scopo ben preciso.
Non gli fu difficile trovare il salone in cui lavorava Maria dopo aver chiesto qualche informazione in giro. Si soffermò qualche istante davanti le vetrate del negozio per scorgere attraverso il vetro chi delle quattro ragazze che lavoravano al suo interno fosse quella che cercava lui. Anche questa volta la caccia si rivelò alquanto semplice, poiché solo una teneva in bella mostra il pancione. Decise di entrare, acconciandosi un’ultima volta il bavero del cappotto buono (l’unico indumento di valore che ancora teneva nell’armadio, per le grandi occasioni, appunto).
Lo accolse un brusio continuo di phon accesi, il calore tipico di quei luoghi, un buon odore di shampoo e balsamo e soprattutto la voce squillante dell’uomo dietro alla reception.
«Posso fare qualcosa per voi?»
«Sì. Sto cercando Maria.»
L’uomo, giovane e con una folta capigliatura scura, lanciò un’occhiata in direzione della ragazza.
«Posso chiederle lei chi è?»
«Un amico.»
«Non l’ho mai vista.»
«Neanche io ho mai visto lei.» Eric sfoggiò il suo sorriso migliore.
«Aspetti qui.»
Così dicendo, il titolare del salone raggiunse la ragazza con la pancia prominente e le disse qualcosa, indicando Eric fermo all’entrata. Questo la salutò con un cenno della mano. I due scambiarono ancora qualche parola, poi lui tornò indietro.
«Ha detto di attendere la prossima pausa caffè.»
«Bene. Aspetterò seduto all’interno di quel bar.» Eric indicò il locale dall’altra parte della strada.
 
Dopo più di un’ora, finalmente Maria oltrepassò la soglia della porta, facendo tintinnare la campanella. Osservò Eric seduto da solo a un tavolino, prima di raggiungerlo attese che anche lui la notasse e le facesse segno di accomodarsi. La ragazza però rimase in piedi qualche secondo.
«Sono Eric La Manna, ti prego, siediti.»
«Sei un amico di Benny?»
«Sì. Sono il suo agente.»
Maria si accomodò, la pancia ingombrante sfiorava il tavolo.
«Allora è vero, diventerà un pugile professionista?!» Parve volersi dare una conferma più che chiederlo realmente a Eric, ma questo annuì lo stesso.
«Cameriere, mi scusi…» L’avvocato fece cenno al ragazzo di avvicinarsi. «Cosa prendi?»
«Acqua. Solo acqua.»
«Un altro espresso e una bottiglia d’acqua.»
Maria attese che il cameriere si allontanasse, prima di proseguire.
«Benny sta bene?»
«Secondo te?»
«Potrà disputare l’incontro?»
«No.»
Maria alzò lo sguardo, rammaricata.
«Ma lo farà comunque, perché è forte e determinato. Ha una grande forza di volontà, l’avrai notato anche tu.»
La ragazza tornò a chinare il capo.
«Non volevo fargli del male, lui è così avventato
«Non sono venuto fin qui per rimproverarti, so come è fatto Ben, so che ti ama più di ogni altra cosa al mondo. Cavolo, ha deciso di mettersi a combattere per te! Perciò ti chiedo…»
Proprio in quel momento tornò il cameriere con le loro ordinazioni, lasciò tutto sul tavolo e si allontanò, non prima di aver lanciato uno sguardo prolungato a Maria, la quale lo notò senza però replicare.
«Puoi aspettarlo?»
Lei alzò nuovamente la testa, fissandolo negli occhi.
«Non posso» fu la risposta.
«Perché sei innamorata di Alejandro?» Eric prese a girare il suo caffè ristretto. Maria si sporse in avanti, non aveva neanche ancora aperto la sua bottiglia di acqua.
«Hai visto il cameriere? È un conoscente di Alejandro. Questa sera tornerò a casa e dovrò inventarmi una palla su chi tu sia se non voglio risvegliarmi con un livido sul braccio domani mattina.»
«E allora perché lo sposi?! Io ho conosciuto Alejandro, la sera che lui e i suoi leccapiedi pestarono Ben davanti casa mia. È un poco di buono! Vuoi davvero passare la vita con uno come lui?»
Maria non rispose, tornando con le spalle contro lo schienale della sedia. Eric ne approfittò per osservarla meglio: non aveva nulla di particolare, non era brutta ma non era neanche particolarmente bella. Si chiese cosa ci trovasse in lei Ben per uscire completamente di senno. Eppure, lei era l’ago della bilancia per il buon proseguimento della sua carriera.
«Il bambino è davvero di Alejandro?»
Maria si accarezzò il pancione.
«Te lo chiedo in modo diverso e già da ora mi scuso per la franchezza: sei stata con Alejandro prima o dopo aver saputo della gravidanza?»
Lei sollevò ancora lo sguardo sul volto pallido di Eric, gli occhi sgranati.
«Te l’ha detto Benny?»
«Ben? No, figurati! Quello è convinto che Alejandro ti stia sposando pur sapendo che il figlio non sia il suo. Crede che tu e lui non siate mai andati a letto insieme. Crede alle favole, il nostro Ben. È un bravo ragazzo.»
«Alejandro mi ha sempre corteggiata. Non so cosa gli piacesse di me, quelli come lui possono avere tutte le donne che vogliono.»
«È l’ebbrezza del proibito, forse.»
«Ma ti giuro che sono stata sempre fedele a Benny, fin quando non ho scoperto di essere incinta. Lui non aveva un lavoro, casa sua è un manicomio di gente che vive alla giornata, casa mia non ne parliamo proprio e con il mio stipendio mi sarei potuta appena permettere pannolini e pappe. Così, la sera stessa che ho scoperto di essere in dolce attesa, ho lasciato Benny e sono andata a piangere fra le braccia di Alejandro.» Maria distolse lo sguardo. «Non ne vado fiera, ma una donna ha il dovere di badare a sé e al proprio bambino, no?»
Eric non si sentiva di giudicarla, né di biasimarla, nonostante un forte senso di tristezza gli stava pervadendo lo stomaco. Quanta forza doveva celare un corpo così piccolo?
«Se questa sera tutto andrà per il verso giusto, Ben avrà la strada spianata verso il successo. Non ti dirò che sarà facile, che i soldi arriveranno subito e a palate, ma lui ha bisogno di tranquillità.»
Maria consultò l’orologio, i dieci minuti di pausa erano già scaduti.
«Devo andare» fece per alzarsi, ma Eric la fermò per un braccio.
«Aspetta, se puoi. Rimanda le nozze quanto più possibile. Se poi vuoi davvero sposare quel mostro… beh, allora questa è un’altra storia.»
La ragazza non rispose, semplicemente andò via, dimenticando di portare con sé la bottiglietta d’acqua, ancora intatta sul tavolo.
 

 
 
Il match si tenne in una stanza sotterranea del club che gli aveva indicato il cinese. Il ring si ergeva al centro, circondato da una rete a maglie strette, ma non eccessivamente rigida: si sarebbe potuta rompere con un urto ben assestato. Tutt’intorno c’erano gli spettatori, per lo più gente che amava quel tipo di incontri senza regole, clandestini, dove speravano o credevano di uscire di lì con una ingente somma di denaro. Eric La manna sapeva di persone che sì, avevano vinto cifra quintuplicate rispetto a quella investita nell’incontro, ma che una volta fuori erano stati pestati a sangue e il loro bottino rubato da coloro che glielo avevano appena consegnato.
Brutte storie, insomma. Brutta gente, la stessa con la quale lui si era invischiato credendo di farla franca.
Accomodato fra il pubblico, salutò con un cenno del capo il boss italo-americano che era andato a fargli visita settimane prima e un brivido freddo gli corse lungo la spina dorsale. Guardò poi Ben seduto all’angolo del ring, Franco era con lui, gli stava massaggiando il collo mentre gli sussurrava chissà cosa all’orecchio. Pregò un Dio al quale si rivolgeva solo per casi urgenti – e quello era un caso urgente – affinché la mano ferita non gli desse grandi problemi. Il suo avversario era grande il doppio, saltellava sul posto sferrando ogni tanto qualche destro di potenza per scaldare i muscoli. Le cicatrici sulle braccia e il setto nasale deviato lasciavano presagire che fosse uno temprato, e non di primo pelo come, invece, era Benito. Doveva solo auspicare che l’altro avesse ricevuto l’ordine di perdere il match e, riflettendoci, era una soluzione plausibile.
Eric osservò la gente che prendeva posto sugli spalti, la maggior parte di loro era vestita bene, magari erano lì con la speranza di racimolare un bel gruzzoletto oppure perché erano dei disperati in cerca di soldi facili. Se fosse stato uno di loro e non avesse capito nulla di pugilato, avrebbe puntato tutto su quello più grosso, con le ferite da guerra sparse sul corpo e la faccia cattiva, quindi poteva funzionare il discorso che avesse ricevuto il messaggio di perdere la partita.
Eric lo sperò davvero.
 
L’arbitro raggiunse il centro del ring, presentò i due combattenti, assicurandosi che avessero indossato i guantoni e il paradenti, ricordando velocemente ad entrambi le mosse proibite.
Non c’erano giudici per quegli incontri, la gara sarebbe terminata con un K.O. tecnico o per resa.
Benito era al suo primo vero match. Si sarebbe aspettato il batticuore, la paura che invadeva le viscere e la mente. Invece, si riscoprì concentrato, sicuro di sé, fu come se tutto sparisse intorno a lui, come se non ci fosse nessun altro al mondo se non lui, il ring e l’avversario dal volto deformato che gli sorrideva cinico, mostrando il paradenti nero. Un essere mostruoso, un alieno.
Neanche più il pensiero di Maria, prossima alle nozze, sembrava turbarlo, anche lei sparita in fondo al buio della memoria, chiusa in una scatolina e risposta al sicuro. La mano, tuttavia, gli pulsava. Di tanto in tanto sembrava mandare scariche elettriche a tutto il braccio e per un attimo pensò di ritirarsi, non sarebbe mai riuscito a combattere in quelle condizioni, eppure il dolore che sentiva pareva parte di lui, quasi un prezzo da pagare per essere lì. E mentre pensava a tutte quelle cose, mentre il fastidio che provava lo richiamava con l’attenzione al match, l’arbitro fece cenno di poter suonare il gong.
L’alieno spaventoso si rivelò da subito aggressivo, scagliandosi contro Ben dopo avergli detto qualcosa di offensivo che lui neanche riuscì a comprendere. Il giovane portoricano si parò il capo alzando entrambe le braccia, mentre quello continuava a sferrargli cazzotti senza uno schema preciso. Aveva un buon movimento di gambe, ma era lento e tendeva a portare l’avversario alle corde per non dargli troppa libertà di movimento. Ben, dal canto suo, non riusciva a fare altro se non proteggersi da quella serie ripetuta di diretti. Nessun montante, pensò Eric dagli spalti, nessun gancio, quel pugile combatteva con il classico mexican style. Se Ben fosse riuscito ad uscire dalla guardia non sarebbe stato difficile per lui metterlo K.O. I pugili che adottavano quello stile erano aggressivi e nulla più: né abili nella difesa, né intelligenti nella tecnica.
Si alzò in piedi quando l’arbitrò decretò la fine del primo round e non senza difficoltà si avvicinò quanto più possibile al ring, urlando a Ben che poteva farcela, lui era più forte di un omone grosso e stupido, senza tattica alcuna.
«Non farti spaventare dalla sua stazza!»
Franco si voltò indietro e gli disse di tornare a sedersi per godersi lo spettacolo:
«Gli hai fasciato per bene la mano destra? Era ridotta male.»
«Lasciami fare il mio mestiere. Tu pensa al tuo, agente.»
Il secondo round riprese dopo un minuto e si capì immediatamente che la musica era cambiata.
Il mexican style si avventò di nuovo su Ben, il quale questa volta schivò il primo diretto e lo colpì al mento con un montante ben assestato. Per la botta e la sorpresa, l’altro vacillò all’indietro e scosse il capo per riprendersi dall’intontimento, ma il giovane Benito gli fu velocemente addosso e prese a colpirlo con una combinazione vincente di ganci e diretti. La mano riprese a pulsare e lo faceva sempre più man mano che sferrava i colpi, ma il dolore non era un problema, tutt’altro. Più ne provava, più ne voleva. Era eccitante, adrenalinico. Da pazzi, forse, ma inebriante. L’avversario, dal canto suo, era rimasto scosso dal primo colpo e sembrava non essersi ripreso ancora. Forse era davvero solo grande e grosso e nulla più. Ben lo vedeva incassare i colpi senza reagire o quantomeno provare a difendersi, sapeva che se avesse rincarato la dose l’incontro sarebbe potuto terminare anche in quel momento e così fece. Aumentò la velocità delle braccia, a discapito della potenza, ma era tutto calcolato per sferrare il montante finale per – sperava – mandarlo definitivamente al tappeto. In realtà, non ci fu neanche bisogno di andare troppo oltre, poiché quello si accasciò ai piedi di Ben, prima di finire disteso sul ring. L’arbitro scattò in ginocchio e prese a contare, mentre il giovane Benito aveva già alzato al cielo un pugno in segno di vittoria.
 
 

 
 
Eric La Manna li attese all’uscita del Club “The Loser”. Ben e Franco lo raggiunsero diversi minuti dopo, quando ormai la maggior parte degli spettatori era già andata via, delusa dall’incontro e dai soldi che aveva investito e perduto.
Ben trovò un Eric al settimo cielo, quasi stentò a riconoscerlo con quel sorriso smagliate che gli illuminava il viso e non poté fare a meno di sorridere a sua volta quando l’agente gli passò un braccio intorno al collo, schioccandogli un sonoro bacio sulla testa rasata.
«Bravo il mio ragazzo!» Esclamò poi, facendo l’occhiolino a Franco che intanto si era acceso una sigaretta. «Sei stato strepitoso! Gli organizzatori faranno la fila per accaparrarsi un match con la giovanissima promessa della boxe!»
«Esagerato!» Rispose Ben, nascondendo un pizzico di rossore per il complimento. Ripensò a quanto si era sentito bene fra le corde, alla sensazione di adrenalina che aveva provato, quasi come se scorresse nelle sue vene, simile a un’iniezione che senti defluire in tutto il corpo. La mente finalmente libera dai pensieri pressanti della vita, libera da Maria e dal suo pancione.
«Siamo dei poveri squattrinati» continuò il giovane portoricano.
«Ehi, ehi, ehi! Cos’è quel tono dismesso!» Eric gli batté un palmo sul petto, mentre insieme si allontanavo dal club, lungo una strada fatta di piccoli bar e locali notturni. «Questo è stato una specie di rito di iniziazione. Il tuo battesimo. Non puoi pretendere denaro già il primo giorno…»
«Soprattutto perché il procacciatore di talenti qui aveva un debito grosso quanto una casa con la mafia locale» sghignazzò Franco, tossendo.
Eric gli lanciò un’occhiata bieca.
«È vero, ma ho comunque racimolato qualcosa per pagarci una bella cena a base di pizza e cola.» La Manna sventolò una banconota da cinquanta dollari come se fosse un assegno da mille, riportando il buonumore.
A volte non c’era bisogno di un’ingente somma di denaro per essere felici, bastavano pochi dollari, due buoni amici e una fetta di pizza in una tavola calda alla periferia di Chicago.


 
  
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