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Autore: pattydcm    22/07/2022    0 recensioni
Fox non si sarebbe mai aspettato che il suo incarico sotto copertura sarebbe stato del tutto messo in secondo piano dall'arrivo di Mirco Neigo nella sua vita. Il giovane, infatti, lo coinvolgerà in un'avventura ai limiti della realtà, portandolo a diventare la guida vivente di un guardiano di anime.
Genere: Drammatico, Introspettivo, Sovrannaturale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Nessuna
Note: nessuna | Avvertimenti: Contenuti forti, Tematiche delicate, Violenza
Capitoli:
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34 Liber Sum
 
Mirco apre gli occhi e subito li strabuzza, stupito del ritrovarsi a stringere la mano ad uno sconosciuto totalmente nudo.
<< Sono io, Mic >> gli dice questi, alzando gli occhi al cielo.
<< Rio? Oh, bòja. Ma che ti è successo? >> gli chiede, incredulo del fatto che quest’uomo dai capelli rossi e la pelle pallida piena di lentiggini e tatuaggi sia il suo tutor.
<< Sono stato purificato >> fa spallucce Rio, lasciandogli la mano.
<< Pure troppo >> ridacchia Marco. << Quindi tu davvero non ricordi nulla degli interventi del Guardiano? >>.
<< Non è che non ricordo nulla. Sento ciò che accade in lontananza e vedo ombre. Era compito delle mie guide farmi un resoconto di quanto successo, una volta ritornato in me. Devo ammettere che una cosa simile non mi è mai successo prima d’ora >>.
<< Figurati a me >> sbuffa Rio tornando nella vasca. << Ian mi ha detto di fare una doccia e una dormita. Sulla prima concordo, per la seconda non credo proprio che ci riuscirò >> dice sbadigliando.
<< Ian? E chi sarebbe? >> domanda Mirco, confuso.
<< Vieni, sottiletta, ti spiego un po’ di cose >> si intromette Marco, conducendolo fuori dal bagno. Lo mette al corrente del nome che Rio ha deciso di assegnare al Guadiano e resta stupito del fatto che si sia del tutto perso questa parte del discorso incorso tra loro.
<< A quanto pare le tue guide non ti dicevano proprio tutto >> dice il custode sedendosi sul letto.
Mirco gli si siede accanto e non sa dare un nome alle emozioni che gli vorticano nella pancia in questo momento. Si è sempre fidato del resoconto delle sue guide, dal momento che collimava con quanto lui stesso era in grado di sentire e vedere seppure non chiaramente. Ora, però, gli stanno tornando alla mente tutte le volte in cui Nikky gli ha riferito dei particolari avvenuti durante la presenza del Guardiano e dei quali lui non aveva alcuna memoria. Dettagli che a volte erano irrilevanti altri, invece, importanti o terribili.
<< Sì, non è bello scoprire di essere stati usati >> sospira Marco, lo sguardo triste rivolto alla porta del bagno.
La verità scomoda che Rio ha tirato fuori lo ha colpito non poco e, sebbene non sia dello stesso ‘uso’ che Marco sta parlando, in qualche modo trattandosi del possesso del suo corpo e in buona parte della sua mente, prova un senso di violazione che gli chiude lo stomaco.
Tu come stai?” chiede al custode, che si volta verso di lui stupito dalla sua domanda. “Rischiare di perderlo, oggi, deve essere stato traumatico per te e questo trauma potrebbe risvegliare l’altro”.
<< Quale altro? >> gli chiede lui confuso.
Quando tuo fratello ha rischiato di essere ucciso da vostro padre tu eri presente. Avrai sicuramente tentato di proteggerlo, ma, da quel che ho capito, Rio non ne è uscito sulle sue gambe”.
<< Proprio per nulla >> ridacchia amareggiato scuotendo il capo. << Gli ci è voluto un anno per tornare a usarle le gambe dopo che quello stronzo gli ha rotto la schiena. Giusto per dovere di cronaca, non è stato nostro padre a tentare di ucciderlo. Noi non siamo fratelli >>.
La porta del bagno si apre bloccando la sua escalmazione stupita sul nascere. Questa versione rossa e pallida di Rio fa il suo ingresso nella stanza con un asciugamano annodato in vita.
<< Che ti prende? >> gli chiede sbadigliando e lui si limita a scrollare le spalle. Per fortuna il suo tutor è troppo stanco per indagare la menzogna che gli ha appena raccontato. Barcolla fino alla parte del letto che ha occupato in queste notti e lì si lascia cadere di pancia, addormentandosi all’istante.
<< E’ normale questa cosa? >> domanda Marco, comparendo al suo fianco.
<< Il sonno aiuta a risistemare le cose. Dormirà a lungo. Direi che per oggi questa sagra e le indagini dovranno fare a meno di lui >> lo informa Mirco e il custode appare sollevato all’idea di sapere il suo protetto al sicuro per il resto della giornata. Accarezza sereno i suoi riccioli rossi che come molle tornano nella forma originaria dopo essere stati allisciati.
<< E’ pazzesco >> sussurra Mirco, rapito da questo piccolo gesto. << Posso capire tingere i capelli e renderli lisci, ma… come ha fatto a far sparire tutto il resto? >> si chiede, colpito dal tatuaggio che ha sulla spalla sinistra.
Rappresenta quallo che sembra essere il muso stilizzato di una volpe circondata dalla grande coda colore a formare un cerchio perfetto. Tra le scapole, invece, tra le due cicatrici chirurgiche ai lati delle vertebre che Marco prima ha detto essergli state rotte da quell’uomo, si è fatto scrivere in bella calligrafia due parole.
<< ‘Liber sum’[1] . E’ davvero il suo nome? >> chiede a Marco che annuisce continuando a distendere i ricci ancora umidi.
<< A dire il vero non è proprio il suo, ma è quello che ha scelto per sé >>.
<< Un nome d’arte, intendi? >> domanda Mirco e il custode scuote il capo dinanzi alla sua curiosità.
<< Beh, in fondo, tu e il Guardiano gli avete tolto quei riflessi di dosso e vi siete presi cura di lui. Penso che ti sia dovuto conoscere qualcosa in più sul suo conto. Anzi, mi fa strano tu non me lo abbia ancora chiesto >>.
<< Non te l’ho chiesto perché mi hai spiazzato >> ammette Mirco. << Vi somigliate tanto e adesso che la sua maschera è caduta del tutto vi vedo ancora più simili e non solo nell’aspetto. Avete lo stesso modo di osservare il prossimo e di leggere ciò che accade attorno a voi. Sebbene un custode col tempo si modelli sul suo protetto non riesco a credere che non siate biologicamente fratelli. Dalle cose che avevo intravisto del suo passato mi ero fatto l’idea che tu non fossi morto a causa di una crisi, ma per mano di quell’uomo >> ammette facendolo sorride.
<< In questi quindici anni trascorsi al suo fianco da custode ho avuto molto tempo per guardare da un punto di vista diverso quanto è accaduto nei quindici anni precedenti e… beh, non mi sono visto uscirne bene >>.
Marco stropiccia gli occhi, segno di lacrime trattenute che comunque, data la sua condizione, non potrebbero cadere. Ora che ha deciso di raccontarsi, sembra più giovane degli anni che aveva quando quella crisi lo strappò alla vita e Mirco non è così sicuro di volerlo ascoltare. Sente a pelle quanto ciò che sta per essergli raccontato sia doloroso e sebbene di storie tristi ne abbia sentite tante a causa del suo compito, sapere che questa appartenga a qualcuno che sta imparando a conoscere, apprezzare e,  sì, anche a voler bene lo tocca più del dovuto.
<< Ci siamo conosciuti alle elementari >> dice Marco, continuando a giocherellare con i capelli del fratello. << Io ero abituato ad essere additato dagli altri bambini a causa del cappellino paracolpi che dovevo indossare. Gli altri non avevano di questi problemi. Erano tutti così fottutamente normali. Quel giorno, invece, sono finito casualmente seduto accanto a lui >> ridacchia. << Con gli anni è notevolmente cambiato. Questa fiamma viva che sono i suoi capelli si è scurita e, sebbene spiazzi ritrovarsi dinanzi a colori così netti e contrastanti, è evidente quanto sia attraente. Da bambino, invece, era davvero inquietante. I più piccoli si spaventavano e piangevano e persino agli adulti facevano venire un colpo le vene cosi evidenti sotto la pelle da farla sembrare trasparente e tutte queste lentiggini tra le quali sbucavano gli occhi verdi enormi circondati da ciglia e sopracciglia praticamente bianche.
Ricordo che durante quel primo giorno di scuola non riuscivo a togliergli gli occhi di dosso. Lui, però, non se ne curava più di tanto, già rassegnato, come ho poi capito, dall’essere oggetto della curiosità altrui.
Per la prima volta in quei pochi anni di vita mi sono ritrovato ad avere la possibilità di sentirmi normale grazie all’incontro con un bambino ancora più strano di me. Credo che incosciamente sia stato questo a portarmi a voler diventare suo amico. L’affetto è arrivato dopo
>>, sospira, << quando mi sono reso conto che questo bambino inquietante aveva un cuore grande quasi quanto i problemi che aveva in casa. Che li avesse l’ho capito per caso verso la fine del primo anno di scuola, quando ho scoperto che aveva anche lui un padre >>.
<< Lo hai scoperto? >> chiede Mirco confuso e il custode abbozza un sorriso amaro mentre annuisce.
<< Il primo giorno di scuola sono stati sua madre e suo nonno ad accompagnarlo. Entrambi troppo giovani per essere uno già madre e l’altro già nonno e se unisci questo elemento al fatto che fossero l’unica famiglia del sud italia in quella scuola, penso ti sia facile capire come le insegnanti perbeniste e le famiglie torinesi timorate di dio le abbiano subito dato della puttana in quanto ragazza madre. Suo nonno, però, era un bell’uomo alto, dalle spalle larghe e malato di nuoto quanto lui, con il quale si capiva da subito che si poteva ridere e scherzare su tutto tranne che sulla figlia e il nipote.
Liber, poi, della sua famiglia non parlava mai. Spesso veniva a scuola con lividi evidenti sulle braccia che lui spiegava essere dovuti al fatto che la sua pelle fosse così delicata che bastava premerci un dito un po’ più a lungo del dovuto per ferirla, cosa che in effetti era vera. Ogni tanto, per,ò ne aveva qualcuno di troppo e quando abbiamo iniziato a entrare in confidenza, spesso borbottava qualcosa riguardo a uno Chef che lo strattonava con troppa forza. Sapevo che la sua famiglia aveva un ristorante e quindi non ci facevo caso, sebbene mi facesse strano che un estraneo potesse comportarsi così con lui senza essere richiamato dal nonno o dalla madre.
Poi alla stupida recita di fine anno è spuntato fuori questo Chef e si è scoperto che anche l’inquietante bambino rosso aveva un padre. Avresti dovuto vedere le maestre
>> alza gli occhi al cielo disgustato. << Sebbene fossero timorate di dio non si erano mai fatte problemi a civettare col nonno e quando si sono ritrovate davanti quest’uomo attraente dagli occhi di ghiaccio che ha raccontato loro di essere uno Chef stellato parecchio famoso nel suo settore sono andate in brodo di giuggiole >>.
<< Quindi lo chef che lo picchiava era suo padre? >> chiede Mirco e quando il custode annuisce il suo stomaco si chiude.  
<< Quando le insegnati hanno capito che era figlio di un uomo illustre, tutte le battute sulle possibili violenze che subiva in casa sono cadute, sostituite dalla scusa della pelle troppo delicata. Io, però, avevo avuto una bruttissima impressione di quell’uomo. Mi era sembrato un bellissimo manichino di plastica apparentemente affabile e sorridente ma intimamente violento e pazzo. Poi trovavo anomalo che Liber lo chiamasse Chef anziché papà e quando mi ha detto che era lui a voler essere chiamato così persino dal figlio mi sono seriamente spaventato.
Col tempo, però, la presenza dei lividi a macchiargli la pelle è diventata normale come le mie crisi, con la differenza che queste erano causate da un guasto al mio sistema nervoso e non indotte da qualcuno. Oggi mi rendo conto che quando ci incontravamo quei lividi erano la prima cosa che cercavo. Allora mi dicevo fossi mosso dalla speranza che non li avesse. Ho capito col tempo, custodendolo, che a rassicurarmi era proprio ritrovarglieli addosso.
Sapevo, infatti, che il suo unico problema era avere per padre un mostro. Se questi fosse cambiato o se se ne fosse andato definitivamente dalla sua vita, Liber avrebbe potuto acquisire fiducia in se stesso, affrontare i bulli tirando fuori già allora il carattere che ha maturato crescendo, farsi altri amici e dimenticarsi di me. Per tutta la durata della mia vita ho avuto paura che se quel pazzo avesse smesso di essere violento lui si sarebbe sentito libero di andarsene via da me. Così, quando gli vedevo un nuovo livido addosso ero sollevato perché sapevo che non se ne sarebbe andato. Avrebbe avuto bisogno di me, del mio conforto, dell’aiuto che potevo dargli cosi come io avevo bisogno del suo. Sono una brutta persona, lo so
>> sussurra imbarazzato e colpevole.
<< Non credo tu sia stato una brutta persona. Eri solo un bambino che voleva un amico e aveva paura di perdere l’unico che aveva trovato >> lo rassicura Mirco, ricevendo per tutta risposta un’occhiata scettica da parte sua.
<< Potresti anche avere ragione >> gli concede, dopo un lungo attimo di riflessione. << Il fatto è che mi sento di essere una brutta persona perchè lo Chef era gay. Nulla di male se fosse stato sano di mente >>.
<< Ma lui non lo era >> conclude Mirco, che inizia ad essere preda di una fastidiosa nausea.
<< Crescendo e iniziando a capire come funziona il mondo, avevamo entrambi capito perché i suoi genitori non dormissero nello stesso letto e in compagnia di chi lo Chef a volte trascorresse le notti.
Poi è arrivata l’estate del ‘94 e quando Liber è tornato dalle vacanze io stesso ho faticato a riconoscerlo. Avevamo entrambi tredici anni, eppure… eppure nel giro di poco tempo era cresciuto di trenta centimetri e il suo corpo era diventato quello di un uomo adulto. Lo avevo odiato per questo. Mi sentivo tradito. Io ero sempre lo stesso piccolo e magro ragazzino che vedi e accanto a lui così alto e massiccio mi sentivo ancora più insignificante. Ovviamente non potevo immaginare che non sarei stato l’unico a guardarlo con occhi diversi. Io, però, ero invidioso. Lo Chef, invece…
Mi sono sentito così in colpa per averlo odiato per essere cresciuto lasciandomi indietro
>> sussurra con voce strozzata dall’emozione. << Non potevo immaginare che quell’uomo potesse essere pazzo al punto da fare al proprio figlio una cosa simile. Passi per le botte. Non è un comportamento corretto, ma ce ne sono tanti di padri che picchiano i figli. Quello, però… quello non lo fanno. Quello un padre non lo deve fare a un figlio! >>.
Sono enormi gli occhi di Marco, carichi di orrore e di lacrime che non possono cadere. Si è tenuto dentro tutto questo dolore durante gli ultimi anni della sua vita e in tutti quelli di non vita e ora finalmente può concedersi di esplodere. Mirco gli posa la mano sulla spalla e lui si aggrappa al suo braccio stringendolo forte. Avrebbe bisogno di un abbraccio, ma non glielo chiederà. È possibile che li abbia concessi solo a suo fratello e che solo le sue siano state le braccia tra le quali si sia sentito sicuro di poter esprimere le proprie emozioni.
<< Io ho cercato di tenerlo al sicuro. Ci ho provato, davvero >> dice e sembra ancora più giovane nella sua insicurezza. << Facevo di tutto per convincere i miei a farlo restare il più possibile con noi, ma la notte doveva tornare a casa sua e di notte… di notte era da solo con quel mostro e io mi sentivo morire. Avevo paura che potesse ucciderlo o che lui decidesse di farla finita esasperato da quanto era costretto a vivere. Poi quando sono morto lui è rimasto solo e… >>.
Scuote il capo e morde il labbro inferiore, come stesse reprimendo verità ulteriormente tristi che non vuole rivelare. Mirco stringe la mano ancora posata sulla spalla di lui e gli sorride quando alza lo sguardo a incontrare il suo.
<< L’anno dopo la mia morte quel bastardo lo ha quasi ucciso. Io sono riuscito per miracolo a salvarlo, contattando mio padre che si è precipitato nell’appartamento nel quale Liber e sua madre si erano trasferiti. Ho ancora nelle orecchie le grida disperate di Arianna e l’invocazione di lui che continuava a chiedermi di portarlo via da tutto quel dolore. Non ho potuto. Non ho voluto! >> esclama severo stringendogli forte il polso.
<< Non avresti potuto comunque, Marco. Non sarebbe stato compito tuo. Lo hai tenuto in vita. Hai fatto in modo che giungessero i soccorsi. Sei stato bravo >> lo rincuore e lentamente lo sguardo del custode si ammorbidisce.
<< Gli anni che seguirono non furono facili. Ha rischiato seriamente di restare per sempre su una sedia a rotelle paralizzato dal torace in giù e solo l’abilità dei chirurghi unita al sostegno di mio padre e alla sua testardaggine lo hanno portato a rimettersi in piedi. E’ allora che ha deciso di prendere il nome del nonno materno, che finchè era in vita gli ha fatto da padre e ha tentato sempre di proteggere lui e Arianna dalla violenza dello Chef >> dice, sfiorando col dito il tatuaggio che il fratello ha tra le scapole. << Era un uomo eccezionale al quale somiglia molto, sia fisicamente che caratterialmente. Ogni volta che qualcuno gli chiedeva il perché di un nome così strano lui raccontava con pazienza che quando era nato suo zio era stato spedito all’anagrafe per registrarlo, ma nessuno aveva pensato di informarlo sul sesso del nascituro. Sapeva, però, che gli avrebbero dato il nome del nonno paterno come da tradizione e allora disse all’impiegato di registrarlo come ‘Liber’ e che poi il fratello sarebbe tornato a modificarlo a seconda del genere. Suo padre, però, decise di lasciare le cose così. Andava dicendo a tutti che aveva voluto rendere più epico il nome del suo primogenito, ma in verità lui era convinto che non avesse avuto voglia di occuparsi della burocrazia necessaria per modificare il nome per aggiungere una semplice ‘o’ >> ridacchia, liberandogli il polso dalla sua stretta. << Quando mio padre gli propose di poter diventare legalmente suo genitore proponendosi per l’adozione, la scelta di cambiare il nome venne legalizzata e lui decise di sugellarla con questo tatuaggio che è il primo tra tutti gli interventi ornamentali, come li definisce lui, che ha apportato al suo corpo. E’ buffo, non trovi >> gli chiede volgendo lo sguardo a incontrare il uso. << Abbiamo trascorso dieci anni a dire di essere gemelli e siamo diventati legalmente fratelli solo quando io ormai non c’ero più. Come se non ci fosse concesso quel riconoscimento alla luce del sole >>.
<< E’ poi così importante? >>.
<< Non lo so >> ammette lui, tornando a tormentare i ricci del fratello.
Sembra proprio che il racconto sia finito e che lo abbia lasciato più sereno e in qualche modo anche lui libero. La curiosità di Mirco, però, preme per porgli molte domande soprattutto sull’uomo di cui suo fratello ha parlato sul finire del rito di purificazione e nella trappola del quale dice di essere caduto.
<< Juan Hèrnandez >> ringhia tra i denti Marco. << Ti giuro che non ho mai desiderato la morte di nessuno quanto desideri la sua. Neppure quella dello Chef e ho fatto salti di gioia quando è morto. Per quanto non sia giustificabile ciò che ha fatto, lui almeno era pazzo da legare. Juan, invece, è solo un fottutissimo manipolatore e la cosa che più mi fa rabbia è che l’ho spinto io ad entrare nel suo team >>.
<< Tu non potevi sapere cosa sarebbe successo >>.
<< Non mi importa! >> esclama con tanta veemenza da disturbare il sonno del fratello, che si appallottola sul fianco destro. Questo risveglio parziale seda il moto di rabbia del custode, che scaccia il ciuffo più volte dagli occhi prima di tornare a concentrarsi sul lento respiro regolare del suo protetto.
<< Lo sai meglio di me come funziona >> sussurra, scoccandogli appena un’occhiata. << Non è solo il trauma legato a un brutto incontro violento. È una forma-pensiero nata dall’aver subito continue torture, umiliazioni e manipolazioni della realtà tali da portarlo a pensare di meritare quanto gli accadeva.
Quando hai una base simile per quanto tu ci possa lavorare sopra e possa imparare a gestirla, inconsciamente queste convinzioni restano e Juan è il tipo di persona che le annusa come un lupo la preda. All’inizio pensavo fosse interessato a lui per le sue abilità perché, credimi, nel suo lavoro è davvero bravo.
Poi, però, ho iniziato a vedere altro e non potevo crederci. Non poteva esserci un simile interesse da parte di uno come lui. Quando ho avuto la conferma dei miei sospetti ho provato ad avvisare Liber, ma lui non ne voleva sapere di darmi retta. Continuava a ripetersi che sicuramente si stava sbagliando e si è accorto di essere caduto nella sua trappola solo quando se lo è ritrovato addosso. Allora è scappato.
Ecco, ora sai cosa vi ha portato a lavorare insieme. A proposito, credo che sia meglio tu vada. Lui è fuori gioco, è vero, ma sia la sagra che le indagini devono continuare
>>.
Lo sguardo severo di Marco sottolinea come il suo lungo sfogo si sia concluso e non voglia ricevere ulteriori domande. Mirco acconsente alla sua richiesta e si alza dal letto per entrare in bagno dove è ancora molto forte l’odore dei limoni usati per il rito. Sistema le bucce nella cesta di legno insieme al coltello e al pacco ormai vuoto di sale e si concede una lunga doccia con la quale spera di togliersi di dosso la disperazione che gli scorre sotto la pelle.
Per quanto ha avuto modo di scorgere alcuni fotogrammi dei momenti peggiori della vita di Rio, non avrebbe mai immaginato che fosse stato vittima di questo tipo di violenze perpetrate da persone che avrebbero dovuto proteggerlo e delle quali si sarebbe dovuto poter fidare. Può immaginare, ora, perché abbia scelto un lavoro che lo porta ad indossare continuamente una maschera e a vivere vite non sue.
In un certo senso, nonostante non abbia subìto questo tipo di violenze, anche lui indossa costantemente delle maschere e vorrebbe potersene liberare e mostrare apertamente al mondo intero quanto sia arrabbiato e addolorato e quanto possa essere in grado di commettere cattiverie. Sa bene, però, che non ci riuscirebbe e l’attacco di panico che lo ha colpito dopo le effusioni scambiate con Selvaggia ne è la riprova. Forse dovrebbe rifiutarsi di tornare quando il Guardiano lo richiama e scegliere di restare al sicuro in quel bozzolo ovattato nel quale lo rinchiude ogni volta che si impossessa del suo corpo. Dovrebbe lasciargli il comando, ora che gli è stato dato persino un nome, e obbligarlo a vivere questa vita allo scoperto al suo posto.
Ride dei suoi stessi pensieri, mentre esce dal bagno con quel blando ristoro dato dalla doccia e la cassetta carica di bucce di limone tra le mani. Mette lo zaino in spalla e si prepara a raggiungere la biblioteca per portare a termine le indagini assegnategli da Rio prima di tuffarsi nella frivolezza di questa sagra
<< E ricordati di usare delle precauzioni se deciderai di ‘tuffarti’ anche dentro alla tua bella Miss >> gli dice Marco strizzandogli l’occhio. Per tutta risposta gli mostra il medio scatenando la sua risata irriverente che lo accompagna fino all’ascensore.
 
[1] Sono Libero
   
 
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