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Autore: Zobeyde    24/11/2022    0 recensioni
New Orleans, 1933.
In un mondo sempre più arido di magia, il Fenomenale Spettacolo Errante di Maurice O’Malley si sposta attraverso l’America colpita dalla Grande Depressione con il suo baraccone di prodigi e mostri. Tra loro c’è Jim Doherty, l’unico a possedere capacità straordinarie: è giovane, irrequieto e vorrebbe spingere i propri numeri oltre i limiti imposti dal burbero direttore.
La sua vita cambia quando incontra Solomon Blake, che gli propone di diventare suo apprendista: egli è l’Arcistregone dell’Ovest e proviene da un mondo in cui la magia non ha mai smesso di esistere, ma viene custodita gelosamente tra pochi a scapito di molti.
Ma chi è davvero Mr Blake? Cosa nasconde dietro i modi raffinati, l’immensa cultura e la spropositata ricchezza? E soprattutto, cosa ha visto realmente in Jim?
Nell’epoca del Proibizionismo, dei gangster e del jazz, il giovane allievo dovrà imparare a sopravvivere in una nuova realtà dove tutto sembra possibile ma niente è come appare, per salvare ciò che ama da un nemico che lo osserva da anni dietro agli specchi...
Genere: Azione, Fantasy, Sentimentale | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: Lime | Avvertimenti: nessuno
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LA MANCANZA
 
 


«Jim, devi fare qualcosa!»
La faccia spaventata di Arthur King ondeggia davanti ai suoi occhi, dietro un velo di lacrime. La piccola cabina è piena di bambini, muti e terrorizzati: Rodrigo stringe le dita intrecciate e recita una preghiera, mentre Vanja resta seria e immobile come una scultura, con Wilhelm aggrappato a lei in preda ai singhiozzi. Fuori, il vento fa oscillare i tendoni contro il cielo notturno, portando con sé l'odore del fuoco e del sangue, le grida, i ruggiti delle bestie e altri suoni terribili, suoni a cui Jim si rifiuta di dare un nome...
«Mio padre è là fuori!» grida Arthur. «É nel tendone! Ti prego Jim, fa' qualcosa! Fa' una magia!»
«No» geme lui. «Non posso...»
«Ma io ti ho visto!» insiste Arthur. «Ho visto le cose che sai fare! Tu lo puoi salvare! Ci puoi salvare tutti!»
Come fa a spiegarglielo? Come fa a dirgli che quelle cose che tutti lì chiamano magia in realtà hanno una volontà propria, che di rado coincide con la sua? Arrivano quando non le cerca. Spariscono quando ha più bisogno di loro, come un compagno di giochi dispettoso. É sempre stato così, anche quando era alla fattoria...
“Non fa niente, tesoro.” Gli sembra di sentire la voce di sua madre nella testa, gentile come una carezza. “La prossima volta andrà meglio.”
Strizza gli occhi con forza.
«Non posso.» Si porta le mani alle tempie, preme per mettere fine ai ruggiti, alle grida, per spegnere il mondo intero. «Non ci riesco...»
«Io credo in te» dice Arthur. Sente la sua mano chiudersi attorno al polso. «So che ce la puoi fare!»
E alla fine, qualcosa accade.
Il mondo si fa buio e silenzioso e Jim ha l'impressione di essere trasportato lontano, molto lontano dal treno, dal circo, da qualunque cosa abbia mai conosciuto.
Non sente più niente. Nemmeno la pressione delle dita di Arthur sul suo braccio. É come essere sul fondo di una vasca da bagno, guardare il mondo attraverso una superficie nebulosa.
Non è una sensazione del tutto nuova, sente di averla già provata in passato, ma non riesce a ricordare quando...
«Jamie.»
É sua madre a chiamarlo.
«Va tutto bene Jamie. Vieni da me.»
Jim si lascia risucchiare verso il basso e la superficie della vasca diventa più torbida, si allontana sempre di più man mano che affonda come un sasso nell'acqua nera e fredda...
Aprì gli occhi.
La lunga discesa era terminata e adesso i suoi piedi erano ben ancorati al suolo, in una frizzante serata d'autunno. Il sole stava tramontando, incendiando per l'ultima volta il cielo sopra i boschi dorati del New Jersey che abbracciavano la fattoria.
Jim aggirò la casa in cima alla collina e il fienile che conosceva bene. Non aveva idea di come fosse finito laggiù stavolta, ma non aveva più molta importanza, perché sul retro della fattoria si imbatté in una donna, seduta su una panchina rivolta verso il sole e la campagna. Una donna sottile, avvolta in un vestito di mussola a fiori e coi capelli castani tagliati corti. Sua madre.
Il cuore di Jim si strinse in una morsa di ghiaccio quando Abigail Blackthorn si volse a guardarlo e gli sorrise.
«Ciao, Jamie» disse, invitandolo a sedersi accanto a lei. «Il mio ometto coraggioso.»
Jim prese posto al suo fianco, domandandosi chi o cosa stesse guardando esattamente. Abigail sollevò una mano e la posò sulla sua guancia. Era calda, era solida, era viva.
«Gli somigli.» Seguì col pollice la linea del suo zigomo, del mento, come se volesse memorizzare ogni singolo aspetto del suo viso. «Sei diventato bello proprio come tuo padre.»
Jim si sforzò di contenere i singhiozzi che palpitavano dietro la lingua, in fondo alla gola. «Sei reale?»
«Finché ne avrai bisogno, lo sarò.»
Il cuore gli si torse e sentì le lacrime scendere silenziose, senza che riuscisse più a trattenerle. «Mi sei mancata.»
«Anche tu mi sei mancato, tesoro. E mi dispiace così tanto per il male che ti ho fatto.»
«Non è stata colpa tua.»
«Sì, invece» replicò lei. «Se non fossi stata così sciocca e piena di rabbia...»
«Mamma» disse Jim, con voce roca. «Hai subito un'ingiustizia terribile. Ho conosciuto Blackthorn ed è uno stronzo.»
«Questo non giustifica quello che ho fatto. A te, a tuo padre, alla nostra famiglia...»
Stavolta fu lei a dover premere la mano sulla bocca, nel tentativo di frenare il pianto. «Volevo solo che tu fossi felice. Desideravo darti un futuro e invece ho ottenuto il contrario. Ho combinato un disastro...»
«Non fa niente» replicò Jim con slancio. «Non fa niente mamma, dico sul serio. Ho rimesso le cose a posto! Ho fermato Lucindra, ho...»
Lasciò in sospeso la frase. Il vento scosse dolcemente le fronde degli alberi intorno a loro, trascinandosi dietro voci che provenivano da luoghi lontani. Voci disperate, sofferenti. Che chiamavano il suo nome.
«Che sta succedendo?»
«Stai morendo, tesoro.»
Lui si volse piano a guardarla, stupito.
«Proprio in questo momento» disse lei, tristemente. «Il Vuoto esige sempre un debito da pagare.»
«Oh» fece Jim dopo un momento. «Capisco.»
Aveva senso. Perfettamente senso, riflettendoci. Ma, sorprendentemente, scoprì che la cosa non lo turbava più di tanto. E perché avrebbe dovuto?
Aveva impedito al Vuoto di distruggere il suo mondo.
Aveva ritrovato sua madre.
Aveva detto ad Alycia che l'amava.
E poi, lì su quella panchina, immerso nella fragrante luce di quel crepuscolo, con sua madre accanto, era così in pace...
«Le carte di Margot l'avevano detto» ricordò, mentre accoglieva dentro di lui quella consapevolezza. «E lei ci azzecca sempre.»
«Jamie.»
Sua madre lo stava guardando fisso, negli occhi una luce intensa, risoluta.
«Non è così che deve andare. Non è ancora arrivato il tuo momento.»
Jim ricambiò il suo sguardo senza capire. «Che intendi dire?»
«Qualcuno sta pagando il debito al posto tuo.»
«Cosa? Chi?»
«Non ha importanza.» Abigail si alzò in piedi, lo sguardo rivolto al tramonto infuocato. «Ti ricordi quell'esercizio che facevamo sempre quando eri piccolo? Quando ti chiedevo di disegnare qualcosa e tu dovevi cercare di tirarlo fuori dal foglio?»
Lui fece segno di sì, sebbene non capisse che cosa aveva in mente: non c'erano fogli o matite per disegnare lì.
«Hai sempre avuto la capacità di farlo» disse Abigail. «Solo che non sapevi per cosa farlo.»
Jim aggrottò la fronte e per qualche istante rimase in silenzio, combattuto.
«É una tua scelta, tesoro» disse Abigail.«Puoi decidere se tornare o restare.»
Jim guardò il suo volto magro, pallido e gentile. Avrebbe tanto voluto concedersi un altro po' di tempo in sua compagnia, imparare a conoscerla, scoprire chi fosse davvero Abigail Blackthorn, quella giovane donna tormentata che aveva sacrificato ogni cosa in nome di ciò che amava, finendo vittima della sua stessa sofferenza...
Ma sua madre aveva ragione, non era il momento di fermarsi. Non adesso che aveva finalmente capito chi era e cosa poteva diventare. Che aveva scoperto di avere così tanto per cui lottare.
«Io...vorrei tornare indietro, se possibile.»
Lei sorrise con entusiasmo e annuì. Jim si posizionò al suo fianco e alzò il braccio, seguì il movimento che sua madre tracciava nell'aria. All'inizio non accadde niente, ma non rinunciarono. Provarono ancora e Jim si sforzò di guardare oltre ciò che aveva di fronte: di immaginare se stesso insieme ad Alycia, ai suoi amici, al suo maestro...
Voleva tornare indietro. Lo voleva disperatamente questa volta. Voleva tornare per loro.
Quel desiderio accese in lui una scintilla, che crebbe fino a diventare una fiamma, sempre più calda e luminosa. Il fuoco della sua Volontà di mago.
Per un attimo, una scia luccicante ammiccò fugace nell'aria.
Resta pensò Jim, mentre l'incendio dentro di lui divampava. É la mia Volontà che tu ci sia.
Stavolta, la scia rimase. Galleggiò in aria, formando un arco luminoso: una cornice. La cornice di uno specchio sospeso in mezzo al nulla.
Jim si inebriò di ciò che era appena riuscito a fare e del calore che quella sensazione gli dava. Si girò verso sua madre.
«Vieni dall'altra parte con me. Torniamo a casa, da papà!»
Lei gli restituì il sorriso, ma stavolta era un sorriso intriso di tristezza. «Questa porta può essere attraversata da una persona sola, temo.»
«Allora creiamone un'altra!» Jim afferrò la sua mano, la strinse. «Possiamo plasmare la realtà, possiamo...!»
«Non è così che funziona, tesoro. Ma grazie per averci pensato.»
La morsa attorno al suo cuore si fece insopportabile. «Non è giusto.»
«Lo è invece. Va bene così, Jamie. Non puoi sistemare tutto.»
Jim continuò a tenere stretta la sua mano, incapace di rassegnarsi, di lasciarla andare. Possibile che morire fosse la parte più facile? «Mamma...»
«Non c'è più tempo, i tuoi amici non resisteranno ancora per molto.»
Prima che lui potesse protestare, le braccia di Abigail lo circondarono. «Trova tuo padre» gli sussurrò. «Digli che sono orgogliosa di voi.»
Lui quasi si strozzò con un singhiozzo. «Lo farò.»
Lei lo guidò verso lo specchio e Jim guardò i loro riflessi, l'uno accanto all'altra, per l'ultima volta.
«Ricorda» furono le ultime parole di sua madre, la mano premuta sulla sua schiena. «Qualcosa deve essere sempre lasciato indietro. É la regola.»
«Cosa? Che signi..?»
Ma Abigail lo aveva già spinto incontro al suo gemello imprigionato nel vetro.
Jim percepì che qualcosa era andato storto, che non era un attraversamento come gli altri. Quando si immergeva in uno specchio, era un po' come tuffarsi in uno stagno, scivolare da un piano all'altro dell'esistenza come un fluido, invece, questa volta ebbe l'impressione di essere premuto contro un velo di stoffa, sottile ma allo stesso tempo resistente. Fu schiacciato con forza contro di esso e provò un senso di soffocamento... finché, inevitabilmente, arrivò lo strappo.
Lo percepì distintamente, ma non seppe dire se a strapparsi fosse stato il velo oppure se fosse stato lui. L'unica cosa certa era che faceva male. Male da morire.
Un dolore al calor bianco si impadronì di lui, lacerandolo nel profondo. Lo sentì infiltrarsi senza pietà dentro le sue ossa, incendiargli le vene, consumargli la carne come nessun altro dolore mai provato prima...
E poi, così veloce come era iniziato, cessò.
Giaceva per terra, a faccia in giù. Percepì il marmo freddo e duro su cui era premuta la sua guancia, il sapore ferroso del sangue nella bocca: il mondo dondolava ancora intorno a lui, impigliato tra veglia e oblio, ma quelle sensazioni lo richiamarono pian piano alla coscienza...
Sollevò lentamente le palpebre. La grande sala in cui si sarebbe dovuta svolgere la cerimonia era un cumulo di macerie, il pavimento invaso dai resti del soffitto crollato e da specchi rotti, alcuni ridotti a frammenti di vetro sottili come sabbia. L'altare di granito era spaccato in due metà, come se un fulmine lo avesse colpito in pieno.
Jim si mise a sedere con cautela. Si sentiva strano, non del tutto a suo agio nel proprio corpo, come se la pelle che indossava non fosse della taglia giusta e in qualche modo lo appesantisse. Quel dolore terribile provato durante l’attraversamento era scomparso, senza lasciare apparentemente alcuna traccia, se non un vago ricordo spiacevole.
Frastornato, si tastò la faccia, il busto, le braccia: sembrava tutto a posto.
E allora, perché aveva la tremenda sensazione che qualcosa di importante fossa rimasto dall’altra parte?
Decise che ci avrebbe pensato più tardi, perché si rese conto che era circondato da corpi privi di sensi. I corpi dei suoi amici.
No…!
Un gelido terrore gli invase le vene, ma poi, miracolosamente, vide quei corpi muoversi, sentì alcuni di loro tossire e imprecare…
«Alycia!»
Udì la propria voce come in lontananza e per un istante faticò a riconoscerla.
La ragazza si issò sul gomito. Tossì, scostò la criniera di ricci arruffati.  Infine, incrociò i suoi occhi e un sorriso enorme le si allargò in faccia.
Lui ritrovò tutta in una volta la forza di rimettersi in piedi e corse da lei.
Alycia si tuffò tra le sue braccia e Jim l'afferrò al volo, annegando nei suoi soffici capelli neri. La strinse a sé, si inebriò del suo profumo, del calore del suo corpo, del battito frenetico del suo cuore contro il proprio. Sentì le lacrime affiorare: lacrime di gioia, di gratitudine. Come aveva potuto pensare anche solo per un istante di rinunciare a tutto questo?
«Ha funzionato!» disse lei, la voce attutita dalla sua giacca. «Credevo che fosse tardi...che fossi...che fossi...»
«Alycia, cosa ha funzionato?» domandò Jim, scostandosi di poco per guardarla. Di colpo, la felicità che provava fu offuscata dalla preoccupazione. «Che avete fatto?»
«Non lo so, ricordo solo che eravamo tutti intorno a te e...poi c'è stata l'esplosione: era come se il mondo intero stesse andando in fiamme. Ha fatto male, ma è durato talmente poco che ho creduto di averlo solo sognato...»
Jim si stava sforzando di dare un senso alle sue parole, ma una voce alle loro spalle lo precedette: «Come?»
Trasalirono entrambi e Jim si volse di scatto, nascondendo Alycia dietro di sé.
Era Lucindra.
La strega avanzò verso di loro; tentacoli di impalpabile oscurità le si stavano raccogliendo intorno, fremendo, mentre alzava uno sguardo interrogativo al soffitto crollato, come a volergli intimare di svelarle tutta la verità. Jim si ritrovò a fare altrettanto: un cielo azzurro e luminoso li sovrastava e i brandelli neri e sfilacciati del Vuoto si stavano dissipando come nuvole dopo un temporale.
Lucindra tornò a posare i suoi occhi freddi su di lui. «Come?»
«Non lo so» ammise lui, attento, pronto allo scontro. «Ma tu hai perso.»
Lei scoppiò a ridere come se avesse appena detto la battuta più divertente mai sentita. Un istante dopo, piombò su di lui.
Alycia fu sbalzata via come un fuscello e atterrò con violenza sul pavimento, mentre Jim urlava e sollevava le mani per attaccare. Lucindra gli afferrò con forza il polso, fino a stritolarlo.
«Riprenderemo da dove ci siamo interrotti» disse in un sibilo, le ombre che le si agitarono intorno come serpenti. «E questa volta, con la tua Volontà o no, mi prenderò ciò che...»
Si interruppe e lo fissò, lo stupore che si faceva strada sul suo volto, spazzando la rabbia e qualsiasi altra emozione. «Ma cosa..?»
Gli sfiorò il viso con le sue dita nere, e Jim le lesse nello sguardo un totale smarrimento. «Non è possibile…dov'è? Dov'è finito?»
Lo lasciò andare e si ritrasse, come se scottasse. «Dov'è il tuo potere?»
Sbalordito, lui si osservò le mani, accorgendosi solo allora che le sue dita erano tornate immacolate.
Cercò dentro di sé la calda luce materna del Tutto, il suo battito, come aveva fatto la prima volta nella palude tra i monoliti di roccia, come aveva fatto innumerevoli altre volte, ma vi trovò solo silenzio, solo assenza.
Ok. Inspirò, sforzandosi di non annegare nel panico. Ok manteniamo la calma.
Si concentrò su ciò che voleva evocare, una piccola fiamma, un alito di vento, qualunque cosa, ma non successe niente.
Disperato, si protese nella direzione opposta, scivolò in quel fiume nero e freddo che era la fonte del suo legame col Vuoto e rimase spiazzato quando lo trovò prosciugato.
Lucindra ci aveva visto giusto. Ecco cosa c’era che non andava, ecco cos’era quella sensazione di perdita, a cui non riusciva a trovare spiegazione…
Il debito era stato pagato. Il Vuoto aveva ottenuto la sua contropartita.
E in lui non era rimasta più una stilla di magia.
  
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