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Autore: Enchalott    07/06/2021    4 recensioni
Dopo una guerra ventennale il popolo dei Salki viene sottomesso dai Khai, una misteriosa stirpe che presenta numerose analogie con i demoni delle leggende. Tra gli accordi di pace è presente una clausola matrimoniale, secondo la quale la primogenita del re sconfitto andrà in sposa a uno dei principi vincitori. La prescelta è tanto terrorizzata da pregare gli dei di morire, ma sua sorella minore non è dello stesso avviso. Pertanto propone un patto insolito a Rhenn, principe della corona del regno nemico, lanciandosi in un azzardo del quale non potrà che pentirsi.
"Nessuno quel giorno stava pensando alle persone. Yozora non sapeva nulla di diplomazia o di trattative militari, le immaginava alla stregua di righe colorate e numeri tracciati su una mappa. Era invece sicura che nessun segno posto sulla carta avrebbe arginato i sentimenti e le speranze di chi ne veniva coinvolto. Ignorarle o frustrarle non avrebbe garantito nessun tipo di equilibrio. Yozora aveva un'unica certezza: voleva bene a sua sorella e non avrebbe consentito ad alcuno di farla soffrire."
Genere: Avventura, Introspettivo, Romantico | Stato: in corso
Tipo di coppia: Het
Note: nessuna | Avvertimenti: nessuno
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Il dio della Battaglia
 
Belker sfilò l’arco dalla spalla e appoggiò a terra il puntale inferiore. Le dimensioni dell’arma erano considerevoli, così i dardi che sonnecchiavano nella faretra di cuoio in un vibrare di piume multicolori.
Scrutò con calma il fremere dei combattenti, velato dal pulviscolo levato a mezz’aria; ascoltò il clamore dell’acciaio che incontrava la resistenza di un avversario, intese i lamenti strazianti dei feriti e percepì lo scemare inesorabile della vita dei moribondi.
Anche quel giorno innumerevoli anime avrebbero fatto ritorno alla dimora di Reshkigal e le fiamme avrebbero incinerato i defunti, rischiarando la notte.
Quello era il suo elemento, la sua ragione di esistere, la sua gloria.
Il dio della Battaglia scelse una freccia dall’impennaggio cremisi e la puntò verso il basso, mirando al mondo che si estendeva ai suoi piedi, oltre la barriera energetica di cui era ammantato. Grazie ad essa nessun mortale era in grado di individuarlo: una piega dimensionale dello spazio-tempo, che gli consentiva di visitare i regni degli uomini senza essere percepito e di arbitrare secondo il proprio inappellabile volere le sorti di un conflitto.
Sorrise soddisfatto: una luce selvaggia gli illuminò le iridi del colore del bronzo antico quando la saetta abbandonò la corda tesa allo spasmo e squarciò l’aria gonfia di nubi. Nell’attimo stesso in cui il vertice si confisse al suolo di Minkar, lo scontro ebbe un’oscillazione. Divenne cruento, spietato, come se ogni guerriero in campo fosse stato invaso dalla smania fulminea di combattere all’ultimo sangue.
L’Immortale si raddrizzò in tutta la propria imponenza per ammirare l’effetto del tiro: le collane che gli ornavano il petto scendendo in anelli elaborati dal collo, tintinnarono tetre. Si passò una mano nella folta chioma rossa, che gli incorniciava il viso e si adagiava come una lingua di fiamma sulle spalle prestanti. Per un attimo sulla fronte aggrottata fu visibile tra le ciocche un segno arancio, che aveva l’aspetto di una piuma e si incastonava armonioso tra le sopracciglia scure.
L’armata dei Khai fu spinta indietro dalla carica degli assaliti, che si difesero con le catapulte: i lanci plurimi di sfere infuocate, provenienti dal perimetro degli spalti, incendiarono il cielo cupo come stelle cadenti. I vradak, per quanto temerari e aggressivi, erano vulnerabili: i guerrieri del cielo furono costretti a spostarsi dalla portata dei bracci, sorvolando la capitale assediata in cerchi larghi e distanti.
Belker ritirò l’arco, pago della piega presa dalla lotta. Si appollaiò su un masso e seguì la strage con bramoso interesse. La pioggia iniziò a sferzare i duellanti, ma le sue vesti brune, decorate con la livrea corniola della fenice, rimasero asciutte.
Il diluvio, accompagnato dal serpeggiare ramificato dei lampi, si abbatté impietoso sulla piana, rendendo il terreno scivoloso e pesante. La cavalleria minkari si impantanò, offrendosi in breve alla mercè dei demoni, che tagliarono la strada ai nemici e si prepararono a un corpo a corpo nel quale sarebbero risultati nettamente in vantaggio.
L’essere Superiore grugnì contrariato, preparandosi a intervenire con un secondo getto, ma una presenza si materializzò all’improvviso al suo fianco. Una donna bassa di statura ma dalle forme provocanti, vestita con una sorta di uniforme nera dotata di lamine argentate sulle scapole, si inginocchiò rispettosa al suo cospetto. Lui la riconobbe immediatamente come un’epharat, una degli aliti messaggeri votati al suo servizio. Non una divinità, non una creatura mortale, soltanto un’essenza feroce, generata dal desiderio umano di prevaricare.
«Llamea?» disse tra i denti, interpellandola per nome.
«Mio signore, vi importuno per mettervi a parte di una questione incresciosa.»
«So già tutto, se alludi all’ultima empietà operata dal principe dei Khai. Per essere il mio rappresentante tra gli umani possiede una discreta faccia tosta. Ma il fatto che sfoghi i suoi istinti repressi nel mio tempio non mi tange. Ha ben altra utilità.»
Le labbra voluttuose e tinte di rosso della donna si piegarono in una smorfia divertita.
«Ho ammirato tali effusioni attraverso il guizzare delle fiamme sacre. Interessante come i mortali ne traggano piacere, mi piacerebbe provare.»
«Non hai che da chiedere, Llamea» ribatté Belker indulgente «Essere ai miei ordini può comportare degli aspetti gradevoli.»
«Onorata. Ma non è per l’erede di Mardan o per appagare la mia curiosità che vi disturbo. Il supremo Kalemi ha dato ordine di rintracciarvi, gli incaricati si metteranno sulle vostre tracce quanto prima. Dovrete prestare attenzione.»
«Chi?»
«Il divino Elkira in primis. Non so altro.»
Belker imprecò senza filtri e l’epharat abbassò il capo. La treccia scura, serrata con lacci di pelle, le piovve sulla spalla sensuale.
«Un dannato segugio, per tutti gli inferni! Se il signore del pantheon spedisce lui a ficcare il naso nei miei affari, non è certo per un bonario richiamo.»
Iniziò a camminare irrequieto nello spazio angusto che si era riservato. Il dio del Buio era riuscito a scovare prede decisamente più ambite e non avrebbe avuto difficoltà a trovare lui. Con ogni probabilità gli avrebbe domandato ragione dei prasma che aveva dilatato tra gli universi per metterli in comunicazione o lo avrebbe trascinato davanti al sovrano celeste con svariate accuse. Liberò il fiato, seccato. Tuttavia finché la guerra fosse stata in corso, i suoi poteri sarebbero rimasti saldi, non aveva di che preoccuparsi. Avrebbe sempre incontrato qualcuno con la brama per l’altrui, deciso a optare per la via più semplice onde impossessarsene. O qualcun altro con un irrisolto talmente ustionante da giungere a provocare un aspro conflitto.
«Ti ringrazio per l’avvertimento, starò in guardia» asserì disinvolto.
Riposizionò l’arco e prese la mira, mentre la donna osservava con attenzione i suoi movimenti sicuri. La seconda freccia si abbatté feroce nella mischia, regalando un nuovo vantaggio a Minkar.
«Credevo stessimo sostenendo i Khai, mio signore.»
Belker si profuse in un sogghigno scaltro.
«Così credono. In effetti sono sinceramente fedeli alla mia causa. Ma prova a immaginare che cosa accadrebbe se iniziassero a subire una sconfitta dopo l’altra.»
«Invierebbero rinforzi, conoscendo il loro infinito orgoglio.»
«E il principe Mahati sarebbe costretto a tornare in campo, rimandando il matrimonio con la figlia del re dei Salki.»
«Si tratterebbe di una situazione incresciosa e molto precaria.»
«Solo per chi non conosce l’intero disegno.»
Llamea guardò con ammirazione il volto assorto del dio della Battaglia. Questi le prese il mento tra le dita e la attirò a sé.
«Al tramonto» ordinò «Sono stanco di udire i gemiti dei feriti. I tuoi saranno musica per le mie orecchie.»

 
«Generale Sheratan! Lo stormo è pronto al vostro comando!»
L’interpellato rallentò il volo sfrenato del vradak e si lasciò affiancare dal suo secondo in grado: sul viso del guerriero c’era un’espressione tesa e venata di stupore, come se l’essere stati momentaneamente respinti fosse per lui inverosimile.
Aggrottò le sopracciglia sugli occhi verde mare e parve prendere in considerazione la richiesta sottintesa. I Khai non concepivano la nozione di sconfitta e bramavano riguadagnare il vantaggio, riscattare subito l’onore messo a repentaglio. Ma non sempre l’irruenza caratteristica della sua stirpe risultava una prerogativa, soprattutto in una circostanza tanto improbabile. Scosse la testa e le gocce di pioggia scesero più leste dalla chioma color cenere, attorcigliata alla nuca con uno spillone argentato.
«No, voglio prendermi il tempo necessario per valutare la strategia vincente. Non sono le catapulte a infastidirmi, di esse possiamo sbarazzarci con il ladi
«Devo predisporre i cocci incendiari, comandante?»
«Aspettiamo. È stato come se i Minkari avessero conosciuto in anticipo le nostre mosse e mi risulta difficile pensare che la regina Amshula abbia trovato uno stratega fenomenale in tempi tanto stretti. Qualcosa non torna.»
Il guerriero allibì sotto il colorante rosso che gli tingeva il volto.
«Pensate che qualcuno dei nostri abbia tradito!?»
«No. Ritengo piuttosto che le forze in gioco siano meno intuibili del previsto, che sia fondamentale agire d’astuzia e non d’impeto.»
Il fragore del tuono sovrastò quello della battaglia e l’armata avversaria avanzò nel pantano, guadagnando ulteriore terreno.
Sheratan osservò la scena con acume e sorvolò lo scontro, ma non poté distinguere alcuna arma speciale o trappola sapientemente ordita in antecedenza. Alcuni dei Khai furono costretti a snudare le spade, rinunciando all’uso degli artigli per affrontare il combattimento, ma con tale mossa ne riequilibrarono le sorti. Il generale si chiese per quanto tempo sarebbe perdurato.
«Segnala alla tua formazione di lasciar perdere la città per ora» ordinò al suo vice «Richiama i cavalieri alati, la fanteria minkari non assisterà al tramonto di oggi. Allo spegnersi del giorno, il dio della Morte riceverà la nostra offerta.»
Quello approvò con un sorriso che gli scoprì le zanne.
«Sissignore!»
«Invia subito un messo al sommo Kharnot, che sia informato dell’accaduto.»
Il guerriero si inchinò con deferenza e sfrecciò lontano. Sheratan si terse l’acqua piovana dalla fronte ombreggiata dalle lunghe corna e si leccò le labbra, assaporando il gusto inconfondibile della pioggia. Anche se per la sua terra essa era un fenomeno straordinario, non era la prima volta che si trovava zuppo fino al midollo sul suolo straniero. Una sensazione quasi piacevole per chi era nato in un mondo privo di risorse idriche. Ma in quel momento non ne trasse la medesima sensazione: gli parve che avesse lo stesso odore delle lacrime.
 
 
Mahati si immerse nella piscina circolare che occupava il centro della piccola stanza in cima alla torre ovest. Un rifugio privato dove nessuno osava importunarlo, neppure per le emergenze belliche o per una convocazione del re in persona.
La vasca aveva un orlo di marmo nero posto a livello del pavimento e scendeva verso il basso, incastonata nella roccia basaltica dai riflessi tormalina. Il principe sedette sul fondo levigato e appoggiò la schiena al bordo, rilassandosi nell’acqua tiepida.
Le finestre ad arco erano schermate dai tendaggi scuri e l’ambiente era rischiarato dalle fiaccole abbordiate alle pareti, che spandevano il loro aroma resinato insieme con la loro luce discreta. Un divano basso, arricchito da lucidi cuscini di seta e drappi dorati, e un tavolino di legno intagliato erano gli unici arredamenti presenti. Il vassoio di metallo punzonato, posizionato ad hoc, presentava due coppe preziose e una brocca colma di vino pregiato: l’effluvio caratteristico della bevanda alcolica raggiunse il suo olfatto sensibile, mischiandosi agli altri profumi.
I rumori giungevano ovattati dalle ore del riposo e dalla distanza; il Šarkumaar riusciva a distinguere in lontananza lo stridio pigolante di Feritesh, che lo attendeva abbrancato alle mura dell’ingresso sottostante. Appoggiò il capo alla pietra smussata e trasse il fiato. Era assuefatto alla frenesia degli accampamenti, luoghi che non conoscevano pace, uso a concedersi soste sporadiche, a malapena sufficienti per mantenersi vigile. Trascorrere una serata senza l’andirivieni costante dei suoi guerrieri o il susseguirsi delle allerte improvvise, che lo costringevano a montare sul suo vradak nel cuore della notte, appariva come un sogno a lungo agognato. Così come dormire in un letto degno di quel nome.
Il sonno cominciò a farsi strada tra i suoi sensi. Socchiuse gli occhi e lasciò che il vapore proveniente dall’acqua gli offuscasse la vista. Si rese conto di essere più stanco di quanto non si fosse raccontato per alimentare il desiderio di espugnare la vetta, di dare lustro al proprio nome, eternità alle proprie imprese. Una guerra dopo l’altra, conquista dopo conquista, nel sangue e nella paura, senza fermarsi.
Si era spesso domandato le ragioni che lo facevano sentire meglio quando era lontano da Mardan e dai suoi agi, circondato dai suoi uomini e dall’incertezza a ogni alba.
Mahati combatteva per se stesso. Non per Kaniša, non per i Khai o per l’acqua. La brama di trasformarsi in una leggenda imperitura era per lui come una droga, che lo stordiva e lo assuefaceva, che lo portava a cercarne sempre di più.
«Sei già nel mondo onirico?»
La voce pacata di Rhenn lo sottrasse allo stato di dormiveglia. Borbottò una risposta negativa, mentre il nuovo arrivato si spogliava della veste formale e scivolava nella vasca con appagata lentezza. I suoi lunghi capelli argentati affiorarono a pelo d’acqua, circondandolo come un’aura divina.
«Com’è che porti ancora il dorcha?» lo apostrofò, notando il colorante rosso sul corpo atletico del fratello maggiore.
Questi alzò le spalle e prese a strofinarsi la pelle fino a far emergere la sua tonalità naturale: era più chiara di quella del minore e il thyr spiccava nitido sul petto nudo.
«Non ho avuto tempo per ripulirmi» ribatté sibillino.
«Neppure per salutare tua moglie a quanto deduco» continuò Mahati.
L’Ojikumaar sogghignò alla giusta osservazione, ma non si spese in dettagli. Un conto era che il secondogenito sospettasse la sua infedeltà, un altro era ammetterlo a tutti gli effetti. Poco intelligente e poco accorto offrire il fianco, persino a chi più di tutti gli era vicino. Riempì i due calici di vino e bevve dal proprio con compiacimento.
«Tu invece?» rilanciò malizioso «Hai già assaggiato la tua futura sposa?»
Il Kharnot lo squadrò infastidito: nella distanza esigua che li separava le iridi viola di Rhenn scintillavano alle fiamme come ametiste impudenti.
«No» mugugnò con reticenza «Ho rimediato altrimenti.»
Rhenn proruppe in una risata istintiva e non la piantò neppure quando il fratello, esasperato, gli assestò una pedata poderosa.
«E pensare che te l’ho fatta addobbare apposta!» confessò il principe della corona «Complimenti per il sangue freddo!»
«Non dire idiozie! La ragazzina non ha mai toccato un uomo in vita sua, figurati un Khai! Per non citare la sua inadeguatezza in merito all’argomento. Non so nemmeno se è adatta a sopportare la nostra unione fisica!»
«Bah, le schiave salki non si lamentano quando uno di noi le predilige. Non ti facevo tanto irreprensibile, Mahati.»
«Perché, sei forse stato con una dorei per affermarlo con certezza? Le shitai destinate ai guerrieri possono scegliere se concedersi o morire e talora le due opzioni vengono a coincidere. Non le userei come metro di paragone. Sai benissimo che non ho agito per buon cuore, bensì nel rispetto dell’onore del nostro clan. Nessuno di noi ha mai preso una donna con la forza, non siamo animali. O devo supporre che per te non sia così, nonostante il lignaggio reale?»
Rhenn incassò la stoccata e tornò a sorseggiare placido l’alcolico.
«Era un po’ che non ti provocavo, fratello. Lo trovo divertente come al solito» ammise.
«Anche tu non mi deludi mai. Lanci il sasso e nascondi la mano.»
Si fissarono negli occhi in una sorta di sfida silenziosa.
«Rasalaje era consenziente, se vuoi saperlo» cedette poi il primogenito «Abbiamo resistito fino alla terza prova, ma già alla seconda abbiamo faticato a contenerci. A ben ricordare, è stata lei a saltarmi addosso e io non mi sono certo negato.»
Mahati inarcò un sopracciglio, cercando di capire se la rivelazione non fosse altro che un’ulteriore istigazione alla lite. Decise per il no.
«Tua moglie è una Khai di alto rango, libera e consapevole. La mia no.»
«Dunque attenderai le nozze?» continuò Rhenn riempiendogli il bicchiere.
«Non l’ho detto. Perché ti interessa tanto?»
«Perché ti conosco. Potrebbe venirti voglia di rifiutare il matrimonio e a mia volta sarei costretto a farti cambiare idea con le maniere forti. Una vera seccatura.»
Gli occhi chiari del generale si riempirono di collera, ma riuscì a frenarla.
«Puoi riferire a nostro padre di non agitarsi. È controindicato per la sua guarigione.»
«Non è Kaniša a sollecitarti» sottolineò l’erede al trono.
Il secondo principe sorrise amaro, appoggiando le labbra sull’orlo della coppa.
«Già» sputò tra le zanne «Lui ha fatto abbastanza per tutti a suo tempo.»
Rhenn si accigliò, ma evitò di confutare un’affermazione con la quale si sentiva pienamente d’accordo. Ciononostante, suo fratello avrebbe dovuto obbedire o il trono dei Khai avrebbe perso stabilità come accaduto in passato. Un errore da non ripetere, una sventatezza che li aveva quasi annientati. Smorzò l’irrequietezza causata dalla comprensibile riottosità di Mahati e cambiò discorso. Prenderlo di punta non avrebbe contribuito a convincerlo, ma forse la tattica da usare non gli era tanto sconosciuta.
«Mh, dici che hai dovuto rimediare con un piano alternativo all’astinenza…» vagliò.
«E allora? Le guardie reali considerano un privilegio condividere l’amplesso con un principe Khai e i loro artigli sono già velenosi. Nessun problema e nessun’onta.»
«Lo so, non ti sto accusando. Semplicemente ritengo che, se ti sei portato a letto in tutta fretta una di loro, è perché la principessina Salki deve averti alquanto stimolato. Perciò non comprendo le tue rimostranze alle nozze. Sono lagnanze di facciata?»
Il generale strabuzzò gli occhi, incredulo. Lo sdegno prese a montare.
«Razza di idiota!» ringhiò.
Rhenn si scostò appena in tempo dalla traiettoria dell’unghiata del fratello, che incise la pietra della piscina in cinque solchi profondi almeno un centimetro. Saltò fuori dall’acqua, sollevando un’ondata di spruzzi che fecero sfrigolare le torce. Uscì dalla vasca ridendo di gusto, seguito da una grandinata di improperi, alcuni dei quali giudicò molto appropriati. Raccolse dal pavimento uno dei teli ripiegati con cura e se lo drappeggiò intorno al corpo snello, sul quale la penombra disegnava le sporgenze e le rientranze della muscolatura in un chiaroscuro armonioso. Ne porse un altro al minore in segno di tregua.
Mahati gli lanciò un’occhiata assassina, ma emerse dall’acqua privo di animosità. Si massaggiò la mano dolorante per l’urto e si allacciò il lino ai fianchi: le fiamme tatuate sul suo petto parvero animarsi sull’epidermide ambrata. La chioma corvina, priva di fermagli, gli scendeva a scalare in corte ciocche sul collo, lasciando scoperta la schiena, sulla quale spiccavano tre segni scuri.
«Talora ho come l’impressione che tu voglia ammazzarmi sul serio» brontolò Rhenn.
«Soddisfa una mia curiosità, anziché inanellare sciocchezze! Che accadrebbe se Yozora non superasse le prove? Non è una Khai, non possiamo adottare lo stesso metro di valutazione con lei.»
«Ottima domanda» convenne l’Ojikumaar «Impensabile non sottoporla al percorso, è imperativo per tutti i membri della famiglia reale, presenti e futuri. Qualcuno dovrà spiegarle in cosa consistono le nostre tradizioni e fornirle qualche suggerimento. Se fallisse, sarebbe una calamità.»
Mahati soppesò il reale significato dell’affermazione e evitò di inquietarsi di nuovo.
«Tu le hai già affrontate con successo, mentre io ne ho solo sentito parlare.»
«So dove stai andando a parare» bofonchiò il maggiore «No. Ho altro da fare.»
«Ragiona, Rhenn. È la soluzione più idonea. Io non mi trattengo mai a lungo a Mardan, non posso occuparmene. Sei tu che hai scelto in mia vece quella ragazza e non a caso, se ben ti conosco. Di te mi fido. Non mi va di incaricare terze persone, per quanto leali. È una questione troppo personale.»
«Perché invece non ti fermi qui e lasci partire me per Minkar? Sto arrugginendo a furia di trascorrere il mio tempo tra i pettegolezzi di corte e le scartoffie. Potresti riposare e svagarti nell’istruire l’innocente fanciulla.»
«Se convinci Kaniša…» sogghignò Mahati allargando le braccia «Non avrei nulla da eccepire se cedesse a te la guerra e a me la successione. Uno scambio equo. Magari risolverei a monte la questione e potrei ambire a una moglie di stirpe Khai, che non necessiterebbe di insegnamento alcuno. Due prede con un’esca. Che ne dici?»
L’Ojikumaar aggrottò la fronte, irritato. Anche suo fratello non era male a tirare i lacci.
Rifletté sulla proposta: esaudire la sua richiesta gli avrebbe consentito di unire l’utile al dilettevole. Avrebbe controllato da vicino le tappe che avrebbero condotto il secondogenito al matrimonio, quindi alla sua definitiva esclusione dalla corona. E con la scusa di instradare la spaurita ragazzina salki si sarebbe evitato per qualche mese l’insopportabile burocrazia di palazzo.
«Mi hai convinto» replicò incrociando le braccia.
Il generale ritenne di aver capito quale motivazione avesse persuaso Rhenn ad accettare tanto in fretta la proposta. Ma tenne la considerazione per sé. In fondo ciascuno aveva le proprie ragioni e i propri obiettivi. Si trattava di giocarli con cura.
«Ne sono lieto. Mi domando tuttavia come la prenderà Rasalaje.»
«Sono certo che non costituirà un ostacolo.»
«Lo affermi con rassegnazione?»
«Con oggettività.»
 
Rasalaje aveva atteso invano nella solitudine degli appartamenti reali, osservando il terzo sole sparire tra i denti aguzzi dell’orizzonte. La notte era giunta, le ancelle si erano ritirate, l’akacha si era riscaldato, il talamo invece era rimasto freddo e privo dell’agognata presenza di suo marito.
Era stata sul punto di uscire per rintracciarlo di persona, ma aveva contenuto il risentimento e con la massima discrezione aveva inviato una dorei a cercare notizie. Non era opportuno che qualcuno pensasse che i tra due futuri sovrani dei Khai sussisteva una scarsa intesa. Un’insinuazione come quella avrebbe attirato sgradevoli attenzioni sul fatto che l’Ojikumaar non aveva ancora un erede: attribuirne le ragioni al disinteresse del principe avrebbe esteso il tarlo del dubbio sul loro vincolo e sarebbe stato deleterio per tutti.
Rasalaje sospirò, rigirandosi tra le lenzuola di seta. Certo non avrebbe messo al mondo alcun successore, se Rhenn non avesse contribuito. I quattro mesi di lontananza le erano pesati più del consueto, non solo perché non li aveva trascorsi incinta del tanto agognato discendente, ma anche perché suo marito le era mancato davvero. Rhenn non era un semplice obbligo derivante dagli sponsali, combinati quando erano ragazzini e si erano ritrovati insieme da un giorno all’altro. Lei credeva nella loro unione e nel loro futuro comune, ma non poteva affermare lo stesso per il marito. Lui era insondabile, distante, addirittura insofferente; il tempo trascorso dal giorno del loro matrimonio, avvenuto ormai sessant’anni prima, aveva acuito quelle sensazioni angoscianti.
Si ritrovò a pensare che trascorrere la vita ad aspettarlo era divenuto gravoso in termini di tranquillità personale. Si sforzava di ignorare i suoi silenzi o la sua arroganza, ma essergli fedele la stava rinchiudendo in una gabbia dalla quale non sarebbe uscita. Eppure non lo avrebbe mai tradito, Rhenn l’avrebbe sempre trovata ad accoglierlo con rispetto, non gli avrebbe domandato conto di dove fosse stato o con chi. Tra loro due, Rasalaje era la parte morbida e gradevole: pur essendo una Khai, non gli avrebbe mai mostrato gli artigli. E lui ne era conscio.
Le schiave avevano riferito che si era recato da solo al tempio di Belker, subito dopo aver lasciato le stanze del fratello. Rhenn era il primo officiante del dio della Battaglia, colui che ne portava l’effige, dunque era suo compito elevare all’Immortale più venerato del pantheon la preghiera propiziatoria. Il fatto che non si fosse precipitato tra le sue braccia non era considerabile un’ingiuria o una disattenzione nei suoi riguardi, tuttavia aveva sperato di non essere posposta almeno a Mahati. Di ricevere un omaggio o di poterlo accompagnare sulla rocca.
L’assenza si era prolungata nel silenzio, dimostrando un’altra volta quali fossero le priorità dell’erede al trono, tra le quali lei non aveva spazio.
Un rumore lieve la staccò dalle spiacevoli considerazioni: un passo inconfondibile risuonò nell’anticamera, mischiandosi al batticuore in crescendo della principessa. Il principe attraversò la stanza, facendo oscillare appena i tendaggi e le fiamme delle lampade a olio, mentre Rasalaje si sollevava dal talamo con gioiosa trepidazione.
«Sei ancora sveglia?»
«Con piacere» replicò lei a quella che appariva come una mera considerazione.
«Non avresti dovuto, è molto tardi.»
«Non vedevo l’ora di rivederti, mio adorato sposo.»
Il principe scosse la testa e le sfiorò la mano con le labbra. Un gesto freddo e misurato, che non aveva nulla a che vedere con la passione di cui i Khai erano capaci. Poi prese a svestirsi e si infilò a letto, limitandosi a gettare un’occhiata alla mise sensuale della moglie. Avvolta nell’aderenza della seta turchese, che evidenziava le sue forme generose e giocava con la tinta ghiaccio delle iridi, era bellissima. Nessuna donna avrebbe potuto competere con lei e qualunque uomo sarebbe rimasto ammaliato dal suo splendore. Rasalaje era perfetta in ogni aspetto, la regina che ogni futuro sovrano avrebbe desiderato di giorno al fianco e di notte tra le braccia. Sembrava nata apposta per essere la sua compagna, per protrarre il suo sangue, per compiacerlo con ogni suo respiro.
Lei gli si avvicinò e i suoi lunghi capelli color grano gli sfiorarono il petto mentre si piegava per baciarlo. Rhenn accettò il contatto, ma rimase con le braccia incrociate dietro la testa. La fissò negli occhi, percependo dal suo profumo quanto lo volesse.
«Non stanotte» asserì lapidario.
La principessa gli accarezzò il viso, poi le dita scesero lente lungo le curve fiammeggianti e sinuose del thyr.
«Ti ho atteso a lungo.»
«Sono stanco, rischierei di addormentarmi. Sarebbe una congiuntura umiliante.»
Rasalaje annuì, camuffando la delusione e l’indignazione: sarebbe stata capace di tenerlo sveglio anche senza toccarlo, se ne avesse avuto l’opportunità. Ma i no di suo marito erano inappellabili. Interruppe l’adiacenza e si sfilò l’abito a titolo di silenziosa protesta, stendendo il corpo nudo e seducente sulla seta avorio.
Il principe sogghignò, consapevole della strategia provocatoria e a lungo termine di
lei, ma abbassò le palpebre e si lasciò catturare dal sonno.
   
 
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